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Pubblicato su "Class" Ottobre 2003
 


Cento di questi giorni

Alex si guardò allo specchio. Niente male, approvò, lisciandosi la camicia di carbonshield (garantita contro le onde elettromagnetiche)  e ammiccando con soddisfazione alla propria immagine riflessa. Faccia simpaticamente volpina, capelli biondo scuro luminosi di gel rivitalizzante, lenti a contatto antismog azzurre, completo grigio perla in tecnofil antistress. Sprizzava energia, soldi e potere da tutti i pori. Eh sì, quella sera avrebbe fatto faville. Più del solito. Dopotutto, non si festeggia tutti i giorni il proprio compleanno. E che compleanno!
“Computer, analisi,” richiese, in tono tranquillo. Un controllo al mattino e uno alla sera, esattamente come raccomandato dai medici.  Non che si aspettasse davvero di riscontrare qualche anomalia. Era talmente in forma e su di giri che avrebbe potuto correre i 100 metri alle olimpiadi. Si era concesso un gran bel regalo, facendosi rigenerare i muscoli e le ossa delle gambe. Ah, cellule staminali: che suono dolce...
“Buonasera, Alex. Non c’è bisogno che ti dica che sei uno schianto, stasera,” confermò la voce sintetizzata del sensore.  L’aveva programmata come piaceva a lui: femminile, seducente, piena di personalità.
“Pelle idratata a livello ottimale,” continuò il computer. “Occhio limpido. Frequenza cardiaca leggermente accelerata. Consiglio un’iniezione di beta-collagene sotto l’occhio sinistro e una riduzione nelle dosi di propalin.”
“Lo so,” ammise lui. “Dovrei contenermi. Ma non si sa mai cosa può succedere nella vita.”
Per via di quella storia delle molestie sessuali, diventava sempre più difficile abbordare una donna. Ma poteva sempre capitare. Meglio tenersi pronti. In caso contrario, prima di andare a dormire avrebbe sempre potuto scaricare l’energia in eccesso con l’elettrostimolatore o con Audrey.
Si gettò in bocca una manciata di naniti lavatori e attese che pulissero con cura ogni anfratto.  Trascorso un ragionevole lasso di tempo, li inghiottì, disattivandoli automaticamente. Con quello che gli era costato rigenerarsi la dentatura, non poteva permettersi di lasciarla andare in malora. Uscì dal bagno e aprì l’armadio. Tirò fuori il soprabito termico e se lo infilò, dando un’occhiata al display inserito nella manica. A quanto pareva, era salito in posizione 3 nella lista d’attesa del locale. Bene, era ora di andare.
Nel salotto illuminato da pellicole a Oled, Audrey  se ne stava distesa come una sirena su una sdraio in acrilico trasparente arancione, una mano a sostenere il capo, mentre con l’altra reggeva con grazia un lungo bocchino nero.  Lo sguardo era fisso sulle immagini della sfilata di moda che prendeva vita sulla parete di fronte.
“Non vorrai inquinarmi tutta la casa con quel veleno,” la rimproverò.
Lei non si disturbò nemmeno a guardarlo. “E’ sintetico, rompiscatole,” sbuffò, scrollando appena le spalle. “Non farti venire le paturnie.”
    Portava un paio di fuseaux verdi e una canottina nera che ne mettevano in risalto il fisico da ragazzina. Non esattamente il suo tipo di donna, anche se completamente equipaggiata e funzionale, in caso di necessità. Alex sospirò Avrebbe preferito un modello un po’ più… prosperoso, che so, una Marilyn. O magari anche qualcosa di nostrano, come una  Sabrina, se le roborepliche di personaggi viventi non fossero costate così care. Maledetti diritti di sfruttamento dell’immagine.  Si consolò pensando che la serie cineclassic era la più in voga del momento e che il modello Audrey, in particolare, era perfetto per un professionista come lui. Si adattava allo stile dell’arredamento e alla sua posizione sociale, un po’ come i libri schierati con cura sugli scaffali. Chi si sarebbe mai sognato di leggerli? Anzi, chi leggeva più un libro? Servivano a far scena, a impressionare gli ospiti. Quando accoglieva amici e clienti inguainata in un abitino all’ultima moda, un calice di martini in mano, gli occhioni da cerbiatta che sbattevano nel bel visino smunto, Audrey trasmetteva un messaggio. Era il poster vivente della sua raffinatezza. Che poi lui avesse veramente gusto era un altro discorso. L’importante era sapere che cosa gli altri ritenessero trendy ed elegante. E lui in questo non aveva rivali. Tutti quegli anni di esercizio nell’osservazione del prossimo dovevano pur essere serviti a qualcosa.
“Esco. Farò tardi,” avvertì. Si sentì come una di quelle svitate che parlavano con il cane come se fosse un membro della famiglia.
“Divertiti, tesoro. E tanti auguri,” disse Audrey, sorridendo.
Lui apprezzò il pensiero, anche se sapeva che i dati anagrafici del proprietario e il comportamento adatto a ogni circostanza erano stati inseriti con cura nella  programmazione dell’androide.
Alex uscì e prese l’ascensore per l’ultimo piano. Attraversò i giardini pensili, obbligatori in tutti i condomini più recenti come misura antismog, e raggiunse la sua aeromobile Porsche ultimo modello. Le coordinate del club Argento erano già inserite. Avrebbe potuto lasciar fare al pilota automatico, ma che cosa restava a un uomo, se non poteva nemmeno guidare la sua auto? Avviò il motore e decollò. Sorvolò le strade della moda e il duomo. Il centro della città non era cambiato molto in quegli anni. Si chiese se fosse il caso di infilarsi in uno dei tunnel sotterranei,  ma poi decise di godersi il panorama. Stranamente, non se n’era ancora stancato.
Gli amici lo aspettavano all’ingresso del locale. Lo accolsero con auguri e battute spiritose. Il tavolo si era appena liberato. Non male, il posto. Non proprio il più esclusivo della città, ma perfetto per una serata fra uomini. Atmosfera rilassata e strepitose ballerine olografiche. Aveva temuto di peggio, dato che gli era stato consigliato da un cliente giapponese. Quelli si divertivano solo con il karaoke, si sapeva.
“Offro io, naturalmente,” annunciò Alex, attivando il touch screen incorporato nel tavolino. Premette personalmente i riquadri corrispondenti alle diverse ordinazioni, per permettere al computer di registrare la sua impronta e il relativo numero di conto.
“Adesso puoi ben dire di aver vissuto cento di questi giorni,” disse Elia, il suo socio.
Cento anni. E ne dimostrava a malapena una quarantina. Chi avrebbe mai immaginato di vedere il 2.073, per giunta così in forma? Benedetti i progressi della chirurgia plastica e della terapia cellulare. E grazie a Dio non era uno di quei miseri lavoratori dipendenti costretti a contrarre debiti per pagarsi gli interventi rigeneranti e ad andare comunque in pensione nel pieno del loro ottuagenario vigore per far largo ai giovani. Classici candidati alla sindrome da inattività forzata, al suicidio per mancanza di stimoli e soldi. A lui non sarebbe capitato.  Era padrone di se stesso, lui. Aveva l’assicurazione privata, lui. Il buco nero della previdenza pubblica gli faceva un baffo. Sarebbe stato sulla cresta dell’onda fino al giorno del giudizio, se ne avesse avuto la possibilità E con i milioni che aveva accumulato in tutti quegli anni d’attività, magari ci sarebbe riuscito.
“E ho tutte le intenzioni di festeggiarne almeno altri cento,” annunciò, guadagnandosi un grido d’incitamento.
Una cameriera bionda portò le ordinazioni. Era graziosa, anche se aveva un’aria un po’ malinconica. Dimostrava trent’anni, forse trentacinque, e probabilmente li aveva. Una cameriera non avrebbe potuto permettersi un intervento estetico di così alta qualità Gli amici si accorsero del suo interesse e lo presero in giro. Dissero alla giovane che il festeggiato era un avvocato di grido, oltre che un gran bell’uomo, e la invitarono a considerare seriamente se non fosse il caso di fargli un bel regalo. Lui arrossì, mentre lei, pur ignorandoli, non sembrò prendersela. Fu una gran serata, che culminò nel taglio della torta e in un brindisi con vero champagne biologico.
“Cento anni? Auguri,” gli disse la cameriera, con un sorriso incerto.
Lui si sentì galvanizzato. Quelle parole erano farina del suo sacco, non una risposta automatica determinata da un programma comportamentale. Non voleva illudersi troppo, ma forse aveva qualche possibilità.
Lui e gli amici fecero baldoria fino all’orario di chiusura, poi si separarono all’uscita, ubriachi fradici. Si appoggiò all’auto, prendendo una boccata d’aria fresca. Poco dopo sentì il rumore dei tacchi sul selciato. Si voltò Era la cameriera bionda, avvolta in una pellicciotta ecologica da quattro soldi. Veniva proprio nella sua direzione. Aveva forse preso sul serio le esortazioni dei suoi amici? Alex pensò che la ragazza non era  alla sua altezza, ma era carina, e sicuramente non gli sarebbe dispiaciuto passare la notte del suo compleanno con lei. Con una donna vera. Forse aveva fatto bene a prendere il propalin, dopotutto.
“Vuoi un passaggio?” le offrì.
Lei si avvicinò. “Cento, eh?” disse, come soprappensiero.
Si sporse in avanti. Lui le posò le mani sulle spalle. Gli era così vicina che avrebbe potuto baciarla. Si chiese se fosse ubriaca anche lei.
“Buon compleanno,” disse la giovane.
In quello stesso momento Alex  avvertì una fitta atroce. Abbassò lo sguardo e, incredulo, vide qualcosa spuntargli dal ventre. Solo in un secondo tempo realizzò che era il manico di un coltello. Ed era la ragazza a impugnarlo. Se non fosse stato per il dolore, avrebbe pensato di avere le allucinazioni. La guardò e aprì la bocca, senza riuscire a emettere suono. Le chiese una spiegazione con gli occhi, ma lei non gliela diede. Un istante dopo, era steso sull’asfalto, lo sguardo fisso, vitreo. Gli parve di vedere la scia di un’aerospider solcare il cielo, qualche decina di metri più in alto. Mentre il buio avanzava, si rese conto con stupore che non avrebbe vissuto altri cento giorni come quello. Nemmeno uno.  

*

La ragazza gettò il coltello nel tritarifiuti più vicino e si diresse con calma verso la fermata a cui aspettava tutte le notti l’aeronavetta che la riportava a casa.
Aveva passato la vita a studiare per diventare un bravo avvocato e prendere il posto che le spettava nella società. Ma quei vecchi non mollavano mai. Si arricchivano, si divertivano e le rubavano gli anni migliori. Il tempo le sfuggiva fra le dita, e con quello che guadagnava avrebbe potuto permettersi a malapena un lifting, altro che un cuore o un polmone clonato. Non aveva progettato quello che era successo quella sera. Non ne era nemmeno pentita. Era ora che i vecchi facessero i vecchi.
Adesso toccava a lei.