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Cento di questi giorni
Alex si guardò allo specchio. Niente male,
approvò, lisciandosi la camicia di carbonshield (garantita contro le
onde elettromagnetiche) e ammiccando con soddisfazione alla propria
immagine riflessa. Faccia simpaticamente volpina, capelli biondo
scuro luminosi di gel rivitalizzante, lenti a contatto antismog
azzurre, completo grigio perla in tecnofil antistress. Sprizzava
energia, soldi e potere da tutti i pori. Eh sì, quella sera avrebbe
fatto faville. Più del solito. Dopotutto, non si festeggia tutti i
giorni il proprio compleanno. E che compleanno!
“Computer, analisi,” richiese, in tono tranquillo. Un controllo al
mattino e uno alla sera, esattamente come raccomandato dai medici.
Non che si aspettasse davvero di riscontrare qualche anomalia. Era
talmente in forma e su di giri che avrebbe potuto correre i 100
metri alle olimpiadi. Si era concesso un gran bel regalo, facendosi
rigenerare i muscoli e le ossa delle gambe. Ah, cellule staminali:
che suono dolce...
“Buonasera, Alex. Non c’è bisogno che ti dica che sei uno schianto,
stasera,” confermò la voce sintetizzata del sensore. L’aveva
programmata come piaceva a lui: femminile, seducente, piena di
personalità.
“Pelle idratata a livello ottimale,” continuò il computer. “Occhio
limpido. Frequenza cardiaca leggermente accelerata. Consiglio
un’iniezione di beta-collagene sotto l’occhio sinistro e una
riduzione nelle dosi di propalin.”
“Lo so,” ammise lui. “Dovrei contenermi. Ma non si sa mai cosa può
succedere nella vita.”
Per via di quella storia delle molestie sessuali, diventava sempre
più difficile abbordare una donna. Ma poteva sempre capitare. Meglio
tenersi pronti. In caso contrario, prima di andare a dormire avrebbe
sempre potuto scaricare l’energia in eccesso con l’elettrostimolatore
o con Audrey.
Si gettò in bocca una manciata di naniti lavatori e attese che
pulissero con cura ogni anfratto. Trascorso un ragionevole lasso di
tempo, li inghiottì, disattivandoli automaticamente. Con quello che
gli era costato rigenerarsi la dentatura, non poteva permettersi di
lasciarla andare in malora. Uscì dal bagno e aprì l’armadio. Tirò
fuori il soprabito termico e se lo infilò, dando un’occhiata al
display inserito nella manica. A quanto pareva, era salito in
posizione 3 nella lista d’attesa del locale. Bene, era ora di
andare.
Nel salotto illuminato da pellicole a Oled, Audrey se ne stava
distesa come una sirena su una sdraio in acrilico trasparente
arancione, una mano a sostenere il capo, mentre con l’altra reggeva
con grazia un lungo bocchino nero. Lo sguardo era fisso sulle
immagini della sfilata di moda che prendeva vita sulla parete di
fronte.
“Non vorrai inquinarmi tutta la casa con quel veleno,” la
rimproverò.
Lei non si disturbò nemmeno a guardarlo. “E’ sintetico,
rompiscatole,” sbuffò, scrollando appena le spalle. “Non farti
venire le paturnie.”
Portava un paio di fuseaux verdi e una canottina nera che ne
mettevano in risalto il fisico da ragazzina. Non esattamente il suo
tipo di donna, anche se completamente equipaggiata e funzionale, in
caso di necessità. Alex sospirò Avrebbe preferito un modello un po’
più… prosperoso, che so, una Marilyn. O magari anche qualcosa di
nostrano, come una Sabrina, se le roborepliche di personaggi
viventi non fossero costate così care. Maledetti diritti di
sfruttamento dell’immagine. Si consolò pensando che la serie
cineclassic era la più in voga del momento e che il modello Audrey,
in particolare, era perfetto per un professionista come lui. Si
adattava allo stile dell’arredamento e alla sua posizione sociale,
un po’ come i libri schierati con cura sugli scaffali. Chi si
sarebbe mai sognato di leggerli? Anzi, chi leggeva più un libro?
Servivano a far scena, a impressionare gli ospiti. Quando accoglieva
amici e clienti inguainata in un abitino all’ultima moda, un calice
di martini in mano, gli occhioni da cerbiatta che sbattevano nel bel
visino smunto, Audrey trasmetteva un messaggio. Era il poster
vivente della sua raffinatezza. Che poi lui avesse veramente gusto
era un altro discorso. L’importante era sapere che cosa gli altri
ritenessero trendy ed elegante. E lui in questo non aveva rivali.
Tutti quegli anni di esercizio nell’osservazione del prossimo
dovevano pur essere serviti a qualcosa.
“Esco. Farò tardi,” avvertì. Si sentì come una di quelle svitate che
parlavano con il cane come se fosse un membro della famiglia.
“Divertiti, tesoro. E tanti auguri,” disse Audrey, sorridendo.
Lui apprezzò il pensiero, anche se sapeva che i dati anagrafici del
proprietario e il comportamento adatto a ogni circostanza erano
stati inseriti con cura nella programmazione dell’androide.
Alex uscì e prese l’ascensore per l’ultimo piano. Attraversò i
giardini pensili, obbligatori in tutti i condomini più recenti come
misura antismog, e raggiunse la sua aeromobile Porsche ultimo
modello. Le coordinate del club Argento erano già inserite. Avrebbe
potuto lasciar fare al pilota automatico, ma che cosa restava a un
uomo, se non poteva nemmeno guidare la sua auto? Avviò il motore e
decollò. Sorvolò le strade della moda e il duomo. Il centro della
città non era cambiato molto in quegli anni. Si chiese se fosse il
caso di infilarsi in uno dei tunnel sotterranei, ma poi decise di
godersi il panorama. Stranamente, non se n’era ancora stancato.
Gli amici lo aspettavano all’ingresso del locale. Lo accolsero con
auguri e battute spiritose. Il tavolo si era appena liberato. Non
male, il posto. Non proprio il più esclusivo della città, ma
perfetto per una serata fra uomini. Atmosfera rilassata e strepitose
ballerine olografiche. Aveva temuto di peggio, dato che gli era
stato consigliato da un cliente giapponese. Quelli si divertivano
solo con il karaoke, si sapeva.
“Offro io, naturalmente,” annunciò Alex, attivando il touch screen
incorporato nel tavolino. Premette personalmente i riquadri
corrispondenti alle diverse ordinazioni, per permettere al computer
di registrare la sua impronta e il relativo numero di conto.
“Adesso puoi ben dire di aver vissuto cento di questi giorni,” disse
Elia, il suo socio.
Cento anni. E ne dimostrava a malapena una quarantina. Chi avrebbe
mai immaginato di vedere il 2.073, per giunta così in forma?
Benedetti i progressi della chirurgia plastica e della terapia
cellulare. E grazie a Dio non era uno di quei miseri lavoratori
dipendenti costretti a contrarre debiti per pagarsi gli interventi
rigeneranti e ad andare comunque in pensione nel pieno del loro
ottuagenario vigore per far largo ai giovani. Classici candidati
alla sindrome da inattività forzata, al suicidio per mancanza di
stimoli e soldi. A lui non sarebbe capitato. Era padrone di se
stesso, lui. Aveva l’assicurazione privata, lui. Il buco nero della
previdenza pubblica gli faceva un baffo. Sarebbe stato sulla cresta
dell’onda fino al giorno del giudizio, se ne avesse avuto la
possibilità E con i milioni che aveva accumulato in tutti quegli
anni d’attività, magari ci sarebbe riuscito.
“E ho tutte le intenzioni di festeggiarne almeno altri cento,”
annunciò, guadagnandosi un grido d’incitamento.
Una cameriera bionda portò le ordinazioni. Era graziosa, anche se
aveva un’aria un po’ malinconica. Dimostrava trent’anni, forse
trentacinque, e probabilmente li aveva. Una cameriera non avrebbe
potuto permettersi un intervento estetico di così alta qualità Gli
amici si accorsero del suo interesse e lo presero in giro. Dissero
alla giovane che il festeggiato era un avvocato di grido, oltre che
un gran bell’uomo, e la invitarono a considerare seriamente se non
fosse il caso di fargli un bel regalo. Lui arrossì, mentre lei, pur
ignorandoli, non sembrò prendersela. Fu una gran serata, che culminò
nel taglio della torta e in un brindisi con vero champagne
biologico.
“Cento anni? Auguri,” gli disse la cameriera, con un sorriso
incerto.
Lui si sentì galvanizzato. Quelle parole erano farina del suo sacco,
non una risposta automatica determinata da un programma
comportamentale. Non voleva illudersi troppo, ma forse aveva qualche
possibilità.
Lui e gli amici fecero baldoria fino all’orario di chiusura, poi si
separarono all’uscita, ubriachi fradici. Si appoggiò all’auto,
prendendo una boccata d’aria fresca. Poco dopo sentì il rumore dei
tacchi sul selciato. Si voltò Era la cameriera bionda, avvolta in
una pellicciotta ecologica da quattro soldi. Veniva proprio nella
sua direzione. Aveva forse preso sul serio le esortazioni dei suoi
amici? Alex pensò che la ragazza non era alla sua altezza, ma era
carina, e sicuramente non gli sarebbe dispiaciuto passare la notte
del suo compleanno con lei. Con una donna vera. Forse aveva fatto
bene a prendere il propalin, dopotutto.
“Vuoi un passaggio?” le offrì.
Lei si avvicinò. “Cento, eh?” disse, come soprappensiero.
Si sporse in avanti. Lui le posò le mani sulle spalle. Gli era così
vicina che avrebbe potuto baciarla. Si chiese se fosse ubriaca anche
lei.
“Buon compleanno,” disse la giovane.
In quello stesso momento Alex avvertì una fitta atroce. Abbassò lo
sguardo e, incredulo, vide qualcosa spuntargli dal ventre. Solo in
un secondo tempo realizzò che era il manico di un coltello. Ed era
la ragazza a impugnarlo. Se non fosse stato per il dolore, avrebbe
pensato di avere le allucinazioni. La guardò e aprì la bocca, senza
riuscire a emettere suono. Le chiese una spiegazione con gli occhi,
ma lei non gliela diede. Un istante dopo, era steso sull’asfalto, lo
sguardo fisso, vitreo. Gli parve di vedere la scia di un’aerospider
solcare il cielo, qualche decina di metri più in alto. Mentre il
buio avanzava, si rese conto con stupore che non avrebbe vissuto
altri cento giorni come quello. Nemmeno uno.
*
La ragazza gettò il coltello nel tritarifiuti più vicino e si
diresse con calma verso la fermata a cui aspettava tutte le notti l’aeronavetta
che la riportava a casa.
Aveva passato la vita a studiare per diventare un bravo avvocato e
prendere il posto che le spettava nella società. Ma quei vecchi non
mollavano mai. Si arricchivano, si divertivano e le rubavano gli
anni migliori. Il tempo le sfuggiva fra le dita, e con quello che
guadagnava avrebbe potuto permettersi a malapena un lifting, altro
che un cuore o un polmone clonato. Non aveva progettato quello che
era successo quella sera. Non ne era nemmeno pentita. Era ora che i
vecchi facessero i vecchi.
Adesso toccava a lei. |