ACME, Volume XLVIII – Fascicolo III – Settembre-Dicembre 1995                                            Indice Articoli

 

 

UNA SCRITTRICE IN ASCOLTO:
DAPHNE DU MAURIER E LA FAMIGLIA BRONTË

 

 

 

Nel 1976, scrivendo in Literary Women della tendenza femminile a im­parare leggendo l'opera di altre donne, Ellen Moers raccontava di come lei stessa avesse imparato dall'intellettuale Gertrude Stein

 

[...] to listen, as women writers do to each other's voices in literature - many voices of different rhythms, pitches, and timbres to which they have always listened with professional sensitivity for an echo to answer their own.[1]

 

Fra queste voci, poche si sono impresse nell'immaginario femminile quanto quelle di Charlotte ed Emily Brontë. Fenomeno singolare, quello delle sorelle Brontë, destinate a diventare oggetto di culto dopo la morte per merito più della storia drammatica della loro vita, svelata nel 1857 al grande pubblico dalla romanziera Elizabeth Gaskell, che del valore artistico delle loro opere. Con The Life of Charlotte Brontë, la signora Gaskell riuscì a crea­re attorno all'amica Charlotte e alla sua famiglia un alone leggendario che fu alimentato dalle successive biografie, alcune delle quali scritte a loro volta da romanziere.

Non sorprende che la disperata ricerca di confronto e identificazione propria delle donne di lettere, giustificata dalla non lunga tradizione della let­teratura femminile, abbia in molti casi trovato uno sbocco proprio nell'in­contro con l'esperienza umana e artistica delle sorelle Brontë, in particolar modo nell'assoluta, ineluttabile necessità della scrittura e nella furia scatenata dell'immaginazione, che spinse le tre sorelle e il fratello a inventare e a vivere a lungo in un intero mondo di fantasia, quello byroniano e violento dei reami di Angria e Gondal,

 Dall'immedesimazione alla biografia il passo è breve, se vogliamo cre­dere alla diffusa teoria sul processo d'identificazione che legherebbe il bio­grafo al suo soggetto. Non a caso, il genere più frequentato dai romanzieri è la biografia letteraria. Perché nessuno, probabilmente, può comprendere me­glio un artista quanto un altro artista. Scrive il romanziere e biografo Massimo Grillandi:

 

 

[...] la biografia, la vera biografia [...] non è altro che il racconto, la narrazione della vita di chi l'ha scritta. Lo scrittore e il poeta, che debbono necessariamen­te coesistere nel biografo, nel raccontare un destino umano raccontano sempre e comunque il proprio destino [...] E allora il patto biografico o autobiografico altro non è che un patto d'arte, che come tale si risolve solo se chi lo contrae possiede gli strumenti, la preparazione e la sensibilità, la poesia e la forza nar­rativa per rispettarlo e onorarlo.[2]

 

 

D'altra parte, il dibattito sul ruolo del biografo (artista o semplice arti­giano?) e la collocazione della biografia (storiografia o letteratura? cronaca o romanzo?)[3] è ancora aperto.

Il fatto che la famiglia Brontë sia poi un soggetto particolarmente affa­scinante per una romanziera non è sorprendente, perché

 

 

[...] the Brontë story is a deeply moving one, set in the same sombre setting and with the same note of inevitable tragedy as Wuthering Heights, and ever since the publication of Jane Eyre it has been all too easy to assume that the life of the Brontës is another Brontë novel, or that the Brontë novels are au­tobiographical fragments.[4]

 

La metà del diciannovesimo secolo, tre ragazze solitarie, la brughiera sel­vaggia, un padre vedovo e scontroso, una casa accanto al cimitero, un fratello alla deriva formano uno scenario perfetto.

Caso particolarmente interessante fra le scrittrici che scelsero di concre­tizzare in una vera e propria biografia l'interesse per la famiglia Brontë (tra cui occorre ricordare, oltre alla già citata Elizabeth Gaskell, Margaret Oli­phant e Muriel Spark) è quello di Daphne du Maurier, che nutrì per i Brontë una passione destinata a durare per tutta la vita, tanto che a un verso di Emily s'ispirò il titolo del suo primo romanzo, The Loving Spirit, e raramente nei suoi scritti biografici mancò un riferimento o accenno ai quattro straordinari fratelli vittoriani. Ancora più singolare è il fatto che questa magnifica osses­sione per le sorelle Brontë abbia finito per trasferirsi sul fratello, risultando in uno dei pochi studi di un certo peso sull’argomento, The Infernal World of Branwell Brontë (1960).

Daphne du Maurier lesse per la prima volta Jane Eyre a dodici anni, nel 1919. Molti anni dopo, rileggendo il vecchio diario in cerca di materiale per la propria autobiografia, fu costretta a constatare: “Strange that my first encounter with the Brontë sisters produced no more than ‘Charming’ for Jane Eyre and ‘Very good’ for Wuthering Heights”[5].Ormai settantenne, la celebre autrice di Rebecca e Jamaica Inn doveva essersi dimenticata della lettera che, nello stesso anno, aveva scritto alla governante Maud Waddell (“Tod”) dopo aver letto il romanzo di Emily, prima testimonianza dell'effetto che la scoperta delle sorelle Brontë ebbe e avrebbe avuto per sempre su di lei: “[...] it's the most extraordinary book, miserabile and very highly strung [...] it left me sleepless”[6]. Non erano soltanto le opere dei Brontë ad affascinarla, ma la loro stessa vita. Introversa, timida, spesso asociale, amante della solitudine e della natura, tanto immersa nel proprio mondo fantastico da non poter sopravvivere all’inaridimento creativo, Daphne du Maurier non poteva non sentire una sorta di affinità spirituale con i fratelli Brontë.

Seconda di tre sorelle, come Emily, figlia di un  padre fiero delle proprie origini e di grande personalità quanto  lo fu il reverendo Brontë, Daphne du  Maurier  crebbe però  a  Londra, in un ambiente più che agiato e  un  po' bohémien, tra attori, registi e commediografi. Suo  nonno George era stato un celebre caricaturista, illustratore e scrittore, il padre Gerald era uno dei più famosi  attori del  tempo. La sua fu un'infanzia dorata. Gerald  era  un ottimo e amorevole padre, in anticipo sui tempi. A differenza del signor Brontë, non temeva di farsi coinvolgere totalmente nella vita delle figlie.

 Le  sorelle  du  Maurier costituirono  come  i  piccoli Brontë  una sorta di circolo magico da cui ogni  estraneo era  bandito,  e  del quale l'idolo  e  l'ispiratore  era Gerald, così come Branwell, l'unico maschio, lo fu per le sorelle  Brontë.  La segretezza, in cui risiedeva il  fascino del gioco, era garantita in entrambi i casi dall'uso di soprannomi e di un linguaggio in codice  comprensibile  solo  ai partecipanti. E come  i  quattro  fratelli Brontë  nella propria immaginazione si trasformavano  nei potenti geni Brannii, Tallii, Emmii e Annii, così Daphne diventava l'audace Eric Avon, suo alter ego maschile, capitano della squadra di cricket a Rugby, che l'accompagnò fino e oltre al quindicesimo compleanno, mentre la sorellina Jeanne e l'amica Nan interpretavano i compagni David e  Dick  Dampier. Daphne era talmente immersa  in  questo mondo di fantasia da convincersi seriamente di essere  un ragazzo.  Lo shock della pubertà la indusse  a  chiudersi ancora di più in se stessa.

Anche lei, come le sorelle Brontë, appariva diversa  da come era in realtà. La timidezza e i silenzi nascondevano una forza e una determinazione insospettabili.

Come Charlotte ed Emily, completò la sua educazione sul continente, in una scuola di lingua francese. Al ritorno,  cominciò  a  scrivere  non per bisogno  ma  per  rendersi indipendente  dalla famiglia troppo protettiva. Come  nel caso dei  Brontë, però, un'ulteriore spinta veniva  dalla necessità  interiore  di esprimere  i  propri  sentimenti sulla carta: "[...] everything I write comes from some sort of  emotional inner life [...]"[7] Daphne, come i  suoi  idoli vittoriani,  non poteva fare a meno di scrivere, e,  come loro,  "[...] she  lived through her  imagination,  and  the private world and characters that she created."[8] Novella Emily, Daphne sembrava più attaccata ai  luoghi che alle persone. La Cornovaglia, dove i genitori avevano comprato  la  casa per le vacanze,  Ferryside,  vicino  a Fowey, divenne presto la sua residenza permanente.

Così Daphne scopriva un altro motivo di legame con i Brontë, famiglia di origine irlandese per parte di padre e cornovagliese per parte di madre.

La giovane scrittrice odiava il caos di Londra quanto amava la solitudine e la magia di questi luoghi ameni. Più che Ferryside, fu però la casa dell'antica famiglia Rashleigh, Menabilly, a catturare la sua fantasia. Daphne sentiva di appartenere a Menabilly e alla Cornovaglia come Emily Brontë apparteneva alla canonica di Haworth e alle brughiere. Si può dire che Menabilly fu il più grande amore della sua vita, una vera e propria ossessione, fin dal primo gior­no in cui la vide: «[...] she had a personality that was hers alone, without the touch of human hand [...] the house possessed me from that day, even as a mistress holds her lover”[9]. Tanto fece che riuscì ad affittarla per vent'anni, accollandosi il costo di tutte le riparazioni, ben sapendo di non poterla com­prare perché inalienabile.

Era solo nella solitudine di Menabilly che Daphne riusciva a sentirsi a proprio agio.

 

 

It's funny that no one seems really to understand my craving for solitude, that I am sincerely, and without posing, happiest when alone. It's my natural state.[10]

 

 

Menabilly, prima ancora di essere «sua», le ispirò la Manderley di Rebecca, come Sunderland Hall, vicino a Halifax, ispirò forse Wuthering Heights, e Rydings, la casa di Ellen Nussey, la Thornfield Hall di Jane Eyre.

 Quando fu costretta a lasciare Menabilly, Daphne si trasferì a poca di­stanza, a Kilmarth. Non era più la stessa cosa, ma era sempre nella sua amata Cornovaglia. Non era raro vederla vagare sulla spiaggia e lungo la costa, con la sola compagnia dei suoi cani, come più di un secolo prima Emily Brontë con i fedeli Keeper e Grasper nelle brughiere selvagge dello Yorkshire.

Come Charlotte ed Emily, Daphne era molto più a suo agio con gli ani­mali che con i bambini. Le sorelle Brontë affrontarono il lavoro di istitutrici come martiri. Nelle lettere di Charlotte e in Agnes Grey, i piccoli allievi ven­gono dipinti come ribelli irrispettosi, violenti, ignoranti, viziati e selvaggi. In realtà, come scrive Elizabeth Gaskell in The Life of Charlotte Brontë,

 

 

[...] neither she nor her sister were naturally fond of children. The hiero­glyphics of childhood were an unknown language to them, for they had never been much with those younger than themselves.[11]

 

 

Allo stesso modo Daphne du Maurier non si riconosceva nei propri fi­gli. Non orfana come le sorelle Brontë, ma comunque priva dell'affetto della madre (forse gelosa delle attenzioni che Gerald rivolgeva alla figlia), soddi­sfatta di crescere sola con se stessa e le sue fantasie, visse come un trauma le prime due maternità e trattò le figlie con estremo distacco.

Quando si trasferì a Kilmarth, nel 1969, casualmente o meno la sua fan­tasia cominciò a esaurirsi. Riuscì a scrivere soltanto altre due opere di fiction, di cui l'ultima, Rule Britannia (1972), venne giudicata un vero disastro. Il re­sto furono due biografie, un'autobiografia e semplici edizioni o riedizioni di vecchi lavori. Man mano che gli anni passavano il panico dell'inaridimento creativo l'attanagliava sempre di più: se non poteva scrivere, la sua vita non aveva senso. Dotata come Emily Brontë di una volontà ferrea, decise di la­sciarsi lentamente morire, così come la scrittrice vittoriana aveva creduto ca­parbiamente di poter dominare la morte. Ma Daphne du Maurier riuscì nel suo intento. Si staccò dagli amici e si rifiutò di mangiare, finché non se ne andò nel sonno nell'aprile del 1989.

Quando Daphne du Maurier morì, l'appellativo che più frequentemente venne associato al suo nome dai giornali fu quello di «scrittrice romantica» e Rebecca fu indicato come il romanzo a cui principalmente era legata la sua fama.

Uscito nel 1938, Rebecca fu immediatamente paragonato a Jane Eyre:

 

 

Rebecca is a Charlotte Brontë story minus Charlotte Brontë, but plus a number of things which the latter would not have paused for. Descriptions of meals, and comforts, sentimental passages about scenery or dogs, little passages of dialogue which misfire [...] But Miss Du Maurier's plot is undoub­tedly the kind of thing which the three girls of Haworth Parsonage would have liked to thrash out as they paced the dining-room arm-in-arm after Papa had gone to bed.[12]

 

 

Nella trama di Rebecca, infatti, molti particolari rimandano al famoso romanzo di Charlotte Brontë: l'eroina orfana, insignificante, giovane e pove­ra, l'innamoramento per un uomo ricco, maturo, brusco, segnato dalla vita, il fantasma ossessionante della prima moglie, incubo che svanisce in contem­poranea con l'incendio finale della casa. Se però il confronto con Jane Eyre non poteva che concludersi a sfavore di Rebecca, quasi nessun critico mancò di riconoscere nel romanzo una forza e una passione simili a quelle che ani­mavano il libro di Charlotte Brontë.

L’ombra di Charlotte si proiettò anche su un altro romanzo di Daphne du Maurier, My Cousin Rachel (1953), ambientato nell’Ottocento, nel quale il personaggio femminile è una figura brontëana. L’impressione che fa sul gio­vane cugino Philip ricorda quella di Charlotte sul giovane editore Smith al loro primo incontro: una donna minuta poco più che trentenne, fragile e semplice, con mani da bambina. Come Charlotte e i suoi personaggi è diversa da come appare in realtà, anzi, tutto il romanzo è giocato sull'impossibilità di definire una volta per tutte la sua vera personalità.

Diverse analogie sono riscontrabili anche in Jamaica Inn (1936), dove la protagonista, l'indomita Mary Yellan, è una giovane donna sola costretta ad affrontare un ambiente estraneo e ostile, come Jane Eyre e Lucy Snowe. Ma qui è particolarmente evidente l'influsso di Emily: la locanda tetra e battuta dai venti, isolata nella brughiera selvaggia, il clima di terrore instauratovi dal padrone, il brutale filibustiere Joss Merlyn, il gusto gotico per la violenza e la crudeltà richiamano inevitabilmente Wuthering Heights.

Tuttavia, preferiamo identificare in altro la vera affinità fra l'opera delle sorelle Brontë e di Daphne du Maurier. Ci riferiamo al senso del paesaggio e al fatto che sia le Brontë sia Daphne du Maurier finirono per essere identifi­cate con un'area geografica ben determinata. Daphne du Maurier “[...] wrote more about places than about people”[13]. Fowey, il vicino villaggio di Polruan, le baie, il fiume, le case e le coste della sua terra d'adozione la ispi­rarono, crearono l'atmosfera, fecero da sfondo se non perfino dominarono i suoi romanzi di maggior successo. Nell'immaginario collettivo, Daphne du Maurier è tutt'uno con la Cornovaglia come i Brontë sono tutt'uno con lo Yorkshire. E, come loro, Daphne arricchì di un nuovo alone leggendario i luoghi che dipinse così vividamente.

Come si è già accennato, i frequenti riferimenti ai Brontë negli scritti biografici di Daphne du Maurier danno un'idea di quanto profondamente l'esperienza umana e artistica di questa famiglia abbia fatto breccia nell'im­maginazione della romanziera. Nella raccolta The Rebecca Notebook and Other Memories, Daphne du Maurier menziona i Brontë per ben tre volte.

Nel brano My Name in Lights ricorre alle sorelle di Haworth per stig­matizzare l'era della spettacolarizzazione a tutti i costi e in particolare l'acca­nimento della stampa e della televisione nel voler fare di ogni scrittore un «personaggio». Tristemente Daphne du Maurier osserva:

 

 

In moments of cynicism I like to ponder on what would have happened over a hundred years ago if two sisters from Haworth had been inveigled into Leeds for an afternoon at an art gallery, and found themselves thrust upon a stage before a gaping audience while ringing tones announced, «Charlotte and Emily Brontë, This Is Your Life [...]».[14]

 

 

In Romantic Love si serve di Wuthering Heights per dimostrare come l'espressione «amore romantico» venga usata sempre a sproposito. Le cosid­dette grandi storie romantiche della letteratura sono infatti semplicemente, secondo Daphne du Maurier, storie violente e tragiche di passioni proibite. Wuthering Heights, «acclaimed as a supreme romantic novel»[15], le appare come uno degli esempi più evidenti, perché non v'è nulla di romantico nella malvagità ingiustificata di Heathcliff. Ma l'ammirazione della scrittrice è in­negabile:

 

 

There is more savagery, more brutality, in the pages of Wuthering Heights than in any novel of the nineteenth century, and, for good measure, more beauty too, more poetry, and, what is more unusual, a complete lack of sexual emotion. Heathcliffe [sic] 's feeling for Cathy, Cathy's for Heathciffe, despite their force and passion, have a non-sexual quality; the emotion is elemental like the wind on Wuthering Heights.[16]

 

 

Infine, in Death and Widowhood paragona il trauma causatole dall'im­provvisa morte del marito a quello subito da Emily alla perdita del fratello Branwell.

 

 

The shock is profound. Sometimes this encounter with reality can so awaken the writer from the imaginary world that he never recovers. I believe that this is what happened to Emily Brontë. The fantasy world of Gondal that had been hers, peopled with heaven knows how many persons, coupled with the harsher, wilder land of Heathcliffe, Cathy and Wuthering Heights, faded on a certain Sunday morning when her brother Branwell, his dragging illness accepted with resignation for so long, of a sudden died.[17]

 

Allo shock, secondo Daphne du Maurier, è possibile anche attribuire lo strano modo di Emily di affrontare la propria malattia, il progressivo ritirarsi in se stessa e il rifiuto di consultare un dottore.

Come la prima reazione di Daphne du Maurier di fronte alla morte del marito era stata quella di prendersela con se stessa, così Emily doveva biasi­mare se stessa e le sorelle per la fine di Branwell: «They had neglected him. Therefore, she argued, she must be neglected likewise. It was an unconscious form of suicide, not uncommon to the suddenly bereaved»[18]. Interpretazio­ne, questa, audace e appassionata quanto azzardata, perfettamente in linea con lo stile della biografia di Branwell che la scrittrice aveva pubblicato anni prima.

La morte e il soprannaturale, così presenti nella vicenda umana e artistica dei Brontë, erano temi ricorrenti nelle opere di Daphne du Maurier. La scrit­trice era affascinata dall'inspiegabile, dal lato oscuro della vita: «I have a strong sense of the things that lie beyond our day-by-day perception and experience. It is perhaps an extension of this feeling that makes me live through the characters that I create»[19].

Fu nel 1955 che Daphne du Maurier cominciò a nutrire un certo in­teresse anche nei confronti di Branwell, il fratello fallito e scapestrato di Charlotte ed Emily. Quell'anno la scrittrice era stata invitata da Macdo­nald a scrivere l'introduzione a una nuova edizione dell'amato Wuthering Heights. Daphne prese il compito molto seriamente. Come la signora Gaskell un secolo prima, si recò in pellegrinaggio a Haworth. Era l'occa­sione per vedere dal vivo un luogo che fino ad allora aveva visto soltanto con gli occhi dell'immaginazione. Visitò il Brontë Museum e, con la figlia Flavia e un'amica, passeggiò per la brughiera come avevano fatto un tem­po le tre celebri sorelle, immergendosi nell'atmosfera del posto e trovan­dola anche meno tetra del previsto. Tornata a casa, lesse le opere giovanili dei Brontë pubblicate nell'edizione Shakespeare Head da J.A. Symington e T.J. Wise e restò stupita dalla quantità di materiale uscito dalla penna di Branwell. Nel febbraio del 1957 scrisse a Symington per chiedere informa­zioni sui manoscritti di Branwell, molti dei quali non erano ancora stati tra­scritti e pubblicati.

L'impressione di Daphne, trasmessa dalla lettera, era che Branwell avesse subito una grave ingiustizia, che fosse stato inspiegabilmente e intenzional­mente trascurato.

L'idea della biografia in questo momento non era ancora germogliata. Daphne invece stava pensando alla possibilità d'imbarcarsi in una vera im­presa da studioso come quella di trascrivere i manoscritti dimenticati.

Symington rispose entusiasticamente e accettò di venderle quattro ma­noscritti e una lettera di Branwell conservati nella sua biblioteca personale. L'intenzione originaria di rintracciare e trascrivere tutti i manoscritti di Branwell si trasformò però, entro il 1959, nella derisione di scrivere una vera e propria biografia. Anche in questo caso Daphne avrebbe percorso una stra­da quasi inesplorata: l'unica biografia esistente di Branwell, quella di F.A. Leyland, non aveva ricevuto molto credito, così come tutti gli altri ricordi o articoli di amici, conoscenti e studiosi.

Non era la prima volta che Daphne decideva di compiere un'incursione
in campo biografico. Fin da piccola aveva nutrito una grande passione per le
vite diverse dalla sua. Riservata e timidissima con gli estranei, sfogava la sua
insaziabile curiosità subissando di domande domestici, parenti e conoscenti.
Il suo primo romanzo, T
he Loving Spirit, fu ispirato dalle vicende reali
di una famiglia di Fowey apparentata con
Adams, lo skipper che le dava le­zioni di vela. Daphne era talmente affascinata dalla vita di Jane Slade, nonna
della moglie di
Adams, che arrivò al punto di chiederne in prestito le lettere
e di tracciare un albero genealogico completo della famiglia («I
couldn't get them out of my head»[20]).

A parte poche eccezioni, come Rebecca, tutti i libri di Daphne du Mau­rier sono ambientati nel passato e alcuni sono ricostruzioni di vicende e per­sonaggi storici, come The King's General, che narra la stona d'amore tra Sir Richard Grenville, generale del re ai tempi della guerra civile, e Honor Harris, bella e coraggiosa monarchica, o Mary Anne, che ripercorre la vita della bis­nonna paterna della scrittrice, Mary Anne Clarke, amante del duca di York. Conciliare fatti e finzione era dunque una pratica abituale per Daphne du Maurier.

Prima e dopo The Infernal World of Branwell Brontë, la romanziera pubblicò altre quattro biografie. Le prime due[21], composte in ricordo del pa­dre e del nonno con lo scopo di «farsi leggere» come romanzi, vengono de­scritte da Margaret Forster come curiosi ibridi. La prima, forse nel tentativo di approdare a una maggiore obiettività, è stranamente scritta in terza perso­na, anche quando l'autrice parla di se stessa. The Du Mauriers, fallimento ar­tistico e commerciale, addirittura affondò sotto il peso dello scontro fra realtà e finzione.

Anche Mary Anne avrebbe dovuto essere una biografia, nelle intenzioni della scrittrice, ma divenne un romanzo in seguito alle insistenze dell'editore, scoraggiato dallo scarso successo di The Du Mauriers.

Fu solo nel 1960, proprio con The Infernal World of Branwell Brontë, che Daphne si decise ad affrontare, con maggior serietà, esperienza e prepa­razione, il genere letterario che l'affascinava tanto. Studio forse più psicolo­gico che storico, The Infernal World risentiva della tendenza della scrittrice a romanzare i fatti e ad avventurarsi in ipotesi piuttosto ardite e non verifi­cabili, ma si presentava anche innegabilmente come il risultato di una ricerca scrupolosa e approfondita, e come tale venne accolto dalla maggior parte dei critici.

Quando la sua immaginazione cominciò a esaurirsi, Daphne du Maurier si aggrappò al genere biografico e autobiografico come a una sorta di ultima spiaggia. Oltre ai ricordi autobiografici Growing Pains e The Rebecca Note­book and Other Memories, scrisse ancora due biografie, Golden Lads e The Winding Stair, il primo sui fratelli Francis e Anthony Bacon, il secondo sul solo Francis.

Il genere biografico per Daphne du Maurier non fu però un semplice ripiego. Daphne riteneva di essere sempre stata sottovalutata dai critici perché ritenuta scrittrice popolare e commerciale. La cattiva accoglienza destinata a Hungry Hill e The Parasites la ferì e fece venire a galla tutte le sue insicurezze. Il suo atteggiamento nei confronti della critica divenne quasi paranoico. An­che dopo il successo di My Cousin Rachel, continuava ad affermare: «[...] but I never will be a critic's favourite»[22]. Il perdurare del successo di Rebecca era per lei un'ossessione. Decenni dopo la pubblicazione del romanzo, Daphne du Maurier restava per tutti l'autrice di Rebecca, etichettata e sottovalutata come scrittrice sentimentale e sfornatrice di best-seller.

Con The Infernal World e le biografie successive, sperava di farsi final­mente prendere in considerazione dalla critica e dal pubblico. Confidava a Martyn Shallcross: «You know the public see me essentially as a novelist, and not as a serious writer like a biographer»[23]. Fu dunque con estrema serietà che si dispose ad affrontare la biografia di Branwell. Non sarebbe stato un libro sullo stile di Gerald o The Du Mauriers, ma un lavoro coscienzioso, utile e importante da un punto di vista accademico.

Purtroppo, nel giugno dello stesso anno, la scrittrice doveva affrontare il primo imprevisto: per un incredibile scherzo del destino, Winifred Gérin, già elogiata biografa di Anne Brontë, si stava dedicando al suo stesso proget­to. La scoperta l'avvilì. Scrisse a Symington che la rivale era avvantaggiata dal successo ottenuto dalla sua precedente biografia, per cui ogni suo lavoro suc­cessivo sarebbe stato accolto con simpatia, proprio quello che lei riteneva di non potersi aspettare da parte della critica.

Non meno scoraggianti erano i commenti del suo editore, Victor Gol­lancz, secondo il quale il suo libro non avrebbe avuto scampo se fosse stato pubblicato dopo quello di Winifred Gérin.

Tuttavia, su Branwell si concentravano ancora tutte le sue speranze di uscire dalla trappola della letteratura commerciale. Daphne si gettò a capofit­to nel lavoro, tenendo sempre d'occhio i progressi della rivale. Quando ve­niva a scoprire che Winifred Gérin l'aveva preceduta in qualche tappa della ricerca, era colta dall'angoscia. In breve, la corsa contro il tempo per battere la concorrenza divenne una vera e propria ossessione. Una malattia dei ma­rito le impedì per lungo tempo di tornare al Brontë Museum di Haworth. Fremente al pensiero che la rivale fosse libera di concentrarsi solamente sulla sua biografia, scriveva a Symington, immedesimandosi ancora una volta in un Brontë: «I feel like Charlotte Brontë when nursing the Rev. Brontë and finding it difficult to get on with Villette»[24].

Ma Daphne vinse la corsa contro il tempo. La sua biografia uscì otto mesi prima di quella di Winifred Gérin, nell'ottobre 1960. Gollancz, poco fiducioso, stampò meno copie che per qualsiasi altro lavoro della scrittrice. Daphne restò delusa dalla scarsa attenzione generale ottenuta dal libro, ma The Infernal World venne accolto bene dai critici più attenti.

Muriel Spark, autrice nel 1953 di una vita di Emily Brontë, osservava sul Daily Telegraph:

 

The two most attractive things about this book are, first, the attention which is given to the Haworth environment: and second, a refreshing charitableness of interpretation - sometimes, it is true, to the point of naivety: but still it is a welcome change, almost a reader's holiday, to find a biography in which the best and not the worst construction is put on everything.[25]

 

Il protagonista di The Infernal World of Branwell Brontë è Branwell. Le sorelle per una volta si muovono sullo sfondo, viste attraverso gli occhi del fratello, dapprima bambino idolatrato e dominatore e poi adulto trascurato e tradito.

Il libro, per l'audacia delle interpretazioni e il sistematico ricorso al mo­nologo interiore, può essere definito una grande biografia romanzata. Con­tinui sono i riferimenti a ciò che Branwell o altri potevano aver pensato o provato. Procedimento, questo, che lascia ovviamente molto spazio all'im­maginazione.

Il libro si legge come un romanzo e, romanzescamente, inizia con la morte del protagonista. Come in un flash-back, dal secondo capitolo la bio­grafa comincia a narrare la storia del protagonista a partire dalla promettente infanzia, passando per il fallimento artistico e letterario, l'amicizia con lo scul­tore Joseph Leyland, il posto di precettore a Broughton House, il lavoro come impiegato delle ferrovie, il licenziamento per irregolarità nei conti, l'esperienza di precettore a Thorp Green, la presunta relazione con la signora Robinson, moglie del suo datore di lavoro, il nuovo licenziamento, il triste declino fra alcol, droga e crisi epilettiche.

È appunto nell'epilessia che Daphne du Maurier individua l'origine de­gli attacchi di cui Branwell fu vittima fin da bambino, escludendo quindi che soffrisse di delirium tremens. E all'epilessia attribuisce la decisione del signor Brontë di educare il figlio a casa anziché mandarlo a scuola. Sia Branwell che suo padre vengono ritratti con simpatia, come nella precedente biografia di F.A. Leyland.

A Leyland, che nella sua voluminosa opera aveva ribattuto punto per punto e approfonditamente a tutte le accuse rivolte a Branwell da Elizabeth Gaskell e dai successivi biografi, Daphne du Maurier fa spesso riferimento, ci­tandolo a volte esplicitamente, come quando attribuisce le prime esperienze con il laudano a motivi curativi e alla moda lanciata fra gli artisti da De Quincey con le sue Confessions of an English Opium-Eater. Sempre sulla scia di Leyland, prende in considerazione la possibilità che Wuthering Heights sia stato frutto di una collaborazione iniziale fra Branwell ed Emily o che, come mi­nimo, «[...] the germ of the idea could have sprung from her brother­”[26]

Daphne du Maurier concorda con Leyland anche nel considerare la re­lazione con la signora Robinson un parto della fantasia malata di Branwell[27]: «The fatal charm of Lydia Robinson may have had no foundation save in the imagination of a young man who had long sought an enchantress for his infernal world»[28].

In effetti, l'originalità della biografia risiede essenzialmente nella centra­lità attribuita al mondo fantastico del protagonista.

Il primo scopo che si prefigge la biografa è rivalutare Branwell mostran­do l'influenza che i suoi scritti giovanili ebbero sullo sviluppo artistico delle sorelle. Heathcliff, Rochester, Arthur Huntingdon non sono, secondo Daphne du Maurier, che nuove versioni degli eroi di Angria, soprattutto Alexander Percy, conte di Northangerland, il personaggio inventato da Branwell.

Anche Gondal, la saga creata da Emily e Anne, a cui si ricollegano la maggior parte delle loro poesie, non era che una ramificazione di Angria, il ciclo inventato da Charlotte e Branwell, il Chief Genius Brannii, come il ra­gazzo si era autonominato a nove anni con la sottintesa approvazione delle sorelle. Il problema di Branwell fu restare fedele a questo ruolo, rimanere Chief Genius Brannii troppo a lungo, anche dopo che le sorelle si erano emancipate dal mondo fantastico per entrare in quello reale.

Il secondo e principale scopo della biografia è proprio quello di riper­correre il dramma di un ragazzo

 

[...] whose supposed genius disintegrated with the coming of manhood; whose unhappiness was caused, not by the abortive love-affair described by Mrs. Gaskell with such gusto, but by his inability to distinguish truth from fiction, reality from fantasy; and who failed in life because it differed from his own “infernal world”.[29]

 

Più che arida successione di fatti in ordine cronologico, la biografia di Daphne du Maurier è uno scavo nella psicologia di un uomo perseguitato dallo spettro del fallimento, ossessionato da demoni, incubi e ricordi di mor­te, e per immedesimarsi nel quale la scrittrice considerò perfino la possibilità di ten­tare un'esperienza con il laudano.

Daphne era sempre stata affascinata dalla psicologia junghiana e in par­ticolar modo dalla teoria secondo la quale ognuno di noi racchiude in sé due distinte personalità[30]. Daphne conosceva bene la difficoltà di destreggiarsi fra queste due opposte identità. Per tutta la vita aveva cercato un difficile equi­librio fra la sua immagine pubblica e la sua vera natura, fra la realtà e il mondo di fantasia in cui amava rifugiarsi. Quando non riusciva a bilanciare i due sé, cadeva in gravi fasi depressive, fino all'orlo del collasso nervoso. Particolar­mente frustrante era confrontarsi con una doppia identità sessuale che la co­stringeva a mentire a tutti e, per lungo tempo, anche a se stessa.

Da piccola, come abbiamo visto, Daphne era convinta di essere un ra­gazzo. Straordinariamente bella e, quando voleva, assolutamente femminile, amava vestirsi e comportarsi come un maschio. A diciotto anni s'innamorò della sua insegnante francese. Nel corso poi di un'apparentemente rispetta­bilissima vita matrimoniale ebbe, come dimostrato da Margaret Forster, due amanti, un uomo e una donna, e conobbe una passione folgorante e non cor­risposta per la moglie del suo editore americano, Ellen Doubleday, «the Re­becca of Barberrys»[31], come la chiamò Daphne identificandola immedi­atamente con il suo personaggio di fantasia. La stessa confusione fra realtà e immaginazione fu alla base della sua relazione con Gertrude Lawrence, l'at­trice che interpretò in palcoscenico il personaggio ispiratole da Ellen nella commedia September Tide (“Gertrude, on stage, could become Ellen for mi­nutes at a time”[32]).

L’incontro con Ellen fu uno shock per Daphne, perché la costrinse a prendere atto che fino a quel momento la sua vita era stata «[...] one long lie [...]»[33]. Il 10 dicembre 1947 le scriveva di immaginarla come una bambina cresciuta «[...] with a boy's mind and a boy's heart [...]»[34]e proseguiva:

 

And then the boy realised he had to grow up and not be a boy any longer, so he turned into a girl, and not an unattractive one at that, and the boy was locked in a box forever. D. du M. wrote her books, and had young men, and later a husband, and children, and a lover [...] but when she found Menabilly and lived in it alone, she opened up the box sometimes and let the phantom, who was neither girl nor boy but disembodied spirit, dance in the evening when there was no one to see [...][35]

 

Finché, naturalmente, Ellen non era apparsa nella sua vita, costringendo il ragazzo a rimaterializzarsi.

Il «phantom» di Branwell era invece Alexander Percy, conte di Northangerland, già Alexander Rogue, l'eroe byroniano, audace, beffardo, affascinante, suo alter ego nella saga di Angria inventata dai piccoli Brontë. Condottiero spietato, seduttore irresistibile, il conte di Northangerland era tutto ciò che Branwell avrebbe voluto essere, ma che non era e non sarebbe mai stato. «The infernal world» è l'espressione con cui i ragazzi Brontë «[...] with a half-conscious feeling that what they where inventing was somehow wrong, would be disapproved of and condemned by everyone but them­selves [...]», chiamavano la loro creazione, questo mondo segreto di guerre, intrighi e illecite passioni, «[...] as if Satan himself were Lord High Instigator»[36]. Ma il mondo infernale è anche il mondo interiore di Branwell, che si disintegra progressivamente sotto il peso del confronto con una realtà troppo dura da accettare.

Una volta, Daphne du Maurier disse:

[...] what you pretend is more fun than what really happens. The people I write about in books are more real to me than the people I meet and I try and make people that I meet be as exciting as the people in books, but they never are [...][37]

 

 

Questo sembrava essere anche il vero dramma di Branwell. La droga e l'alcol erano strumentali. Servivano a tenerlo prigioniero della fantasia, «[...] a schizophrenic unable to distinguish between fact and fiction»[38]. Daphne du Maurier segue passo passo la discesa agli inferi di questo giovane brillante e promettente, l'idolo della famiglia, destinato a deludere tutti e soprattutto se stesso. Le ragioni del suo fallimento vengono addebitate a un esaurimento creativo seguito all'eccessiva abbondanza della produzione giovanile e, con un'intuizione originale, a una certa «irlandesità» di carattere, a una debolezza naturale, fatale, inevitabile quanto possono esserlo le origini di un uomo:

 

The truth is that Branwell Brontë, born and bred in Yorkshire, was not a Yorkshireman at all. He had none of their determination, none of their strong character [...] He belonged, by blood and by temperament, to the first feckless group from across the water which might beckon him; to the eloquent, un­published poets of many a Dublin side-street, to the painters with canvases untouched, to the musicians with notes unscored, to the fierce arguing politicians of the Liffey-side pubs who had failed in their exams for Trinity College. He belonged to the great company of gifted, wasted Irishmen who, in their mother country, are content to fail and dream, but transplanted to another, break in body and soul.[39]

 

Man mano che le speranze di una carriera letteraria e artistica andavano in fumo, Branwell s'immergeva sempre di più nel suo consolante mondo di fantasia, immedesimandosi nel suo eroe a tal punto da vivere attraverso di lui una sorta di vita vicaria.

L'abitudine infantile, condivisa dalle sorelle, di inventare personaggi di fantasia sulla base di persone reali gli era ormai sfuggita di mano:

 

Branwell's friends and acquaintances had an uncomfortable habit, unknown to themselves, of turning into Angrian characters, and he himself, while trying to behave like Branwell Brontë [...] was forever considering the world and those about him with the jaundiced, cynical eye of Alexander Per­cy.[40]

 

 

E, come per Daphne Ellen era diventata un'incarnazione vivente di Re­becca, così «[...] Mrs. Robinson, as she went about her household tasks or sat at her embroidery frame, was unaware that she made a perfect Mrs. Thurston of Darkwall Hall [...]»[41]. Il problema era che le persone in carne e ossa, a differenza dei personaggi di fantasia, «[...] could not be moulded as the will desired, but chose their own direction»[42].

All'inevitabile e penoso crollo del mondo di fantasia di Branwell, la bio­grafa associa la sua estinzione fisica.

Daphne du Maurier condanna l'atteggiamento delle sorelle nei confronti di Branwell, l'abbandono nel momento del bisogno, l'incapacità di perdonare e consolare, la determinazione con cui veniva perseguito lo scopo di esclu­derlo spiritualmente dalla cerchia familiare. Alla loro indifferenza, al loro di­sprezzo, alla loro insensibilità, Daphne du Maurier, ricorrendo ancora una volta alla psicologia, attribuisce la condotta poco dignitosa e a volte violenta tenuta in casa da Branwell negli ultimi anni della sua vita: «If they withdrew their love from him, he must behave violently to win attention. Better be hated than ignored [...] If a peaceful household would not include him, then there should be no peace»[43]. È soprattutto l'implacabilità di Charlotte a sem­brare ingiustificata e perfino crudele agli occhi della biografa, in particolare alla luce dell'antica complicità che la legava al fratello di poco più giovane.

La compassione della biografa per il povero Branwell è infinita, quasi commovente. Un po' più di compassione e un po' meno d'ingratitudine era forse ciò che avrebbe dovuto dimostrare Charlotte. Daphne du Maurier sem­bra la prima a non credere alle proprie parole, quando si augura:

 

 

When the letters and the reviews poured in, and she knew that the book [Jane Eyre] was being read and praised by writers like Thackeray and critics such as George H. Lewes, and when a second edition was sent to press, perhaps - for a brief moment - she thought of her one and only collaborator; the boy who had sat beside her in the old nursery study, creating, for her de­light and future inspiration, those Angrian characters from the infernal world.[44]

 

 

The Infernal World of Branwell Brontë non fu un episodio casuale nella vita di Daphne du Maurier, ma il risultato e il culmine di una relazione ben radicata e durevole. Non c'è dubbio che, almeno in questo caso, il patto bio­grafico si sia risolto in un vero e proprio patto d'arte. La vita dei Brontë, già di per sé così romanzescamente tragica (“a work of art”[45], la definì Muriel Spark) pulsa con forza nelle pagine di questo libro. In modo appassionato e fatalmente personale, l'arte, la sensibilità, la forza narrativa della scrittrice hanno cospirato per ricrearne il mondo, esterno e interiore. L'immedesima­zione era convinta e inevitabile. La vocazione dei Brontë era la sua vocazione. Raccontando il loro destino, Daphne du Maurier ci ha svelato parte del pro­prio, dimostrando che “la biografia può essere anche, nelle mani di un vero scrittore, vita che si fa poesia, e poesia che si fa vita”[46].


[1] E. Moers, Literary Women, Garden City - New York, Doubleday, 1976 (London, W.H. Allen, 1977), p. 65.
[2] M. Grillandi, In difesa del romanzo biografco, in AA.VV., Vendere le vite: la biografia let­teraria, «SIGMA - Rivista di letteratura» XVIII, n. 1-2, pp. 13-14.
[3] Parallela a questa è l'interminabile discussione sulla natura del romanzo storico
[4] T. Winnifrith, The Brontës and their Background, Romance and Reality, London, Macmillan, 1973, pp. 2-3.
[5] D. du Maurier, Growing Pains. The Shaping of a Writer, London, Gollancz,1977, p.66.
[6] Lettera del luglio 1919 citata da Margaret Forster, Daphne du Maurier. London, Chatto & Windus, 1993, p. 306.
[7] Forster, op. cit., p. 283.
[8] Martyn Shallcross, The Private World of Daphne du Maurier, London, Robson Books Ltd., 199 1, p. 27.

[9] D. du Maurier, The Rebecca Notebook and Other Memories, London. Gollancz 1981, p.

[10] D. du Maurier, Growing Pains, op. cit., p.116.

[11] E. Gaskell, The Life of Charlotte Brontë, London, Smith & Elder, 1857 (J.M. Dent & Sons Ltd., Everyman's Library, 1984), p. 114.

[12] Kate O'Brien, Fiction, «The Spectator» 12 agosto 1938, p. 277.
[13] Shallcross, op. cit., p.34.
[14] D. du Maurier, The Rebecca Notebook and Other Memories cit., p. 96.

[15] Ibid., p. 106.
[16] Ibid., p. 106. La scrittrice sembra qui non rendersi conto che proprio in questa emozione «elemental like the wind» risiede il romanticismo di una storia come Wuthering Heights. In questo saggio, l'espressione «storia romantica» viene chiaramente usata nell'accezione di «cosy tale of happy lovers» (ibid., pp. 106-107), ma dovrebbero bastare le accuse di «coarseness» e «unwomanliness» mosse alle sorelle Brontë dai critici dell'epoca per capire che non ci troviamo di fronte a semplici ro­manzetti rosa per signorine. La perplessità di Daphne du Maurier pare quindi derivare da un'impro­pria o, perlomeno, riduttiva interpretazione del termine «romantico». Non è infatti nel senso più ba­nale del termine che le opere delle sorelle Brontë sono universalmente considerate romantiche, bensì per il «modo di sentire», per la tempesta delle passioni, la violenza del sentimento, il gusto dei pae­saggi desolati e selvaggi e l'atteggiamento verso la natura, vista non come semplice sfondo o interludio, ma come natura-specchio rivelatrice e amplificatrice del dramma umano.

[17] Ibid, pp. 120-21.

[18] Ibid., p. 121.

[19] D. du  Maurier, Daphne du Maurier's Classics of the Macabre, London, Victor Gollancz, 1987, p. 12.

[20] D. du Maurier, Growing Pains, op. cit., p. 124.

[21] Gerald: A Portrait (1934) e The Du Mauriers (1937).

[22] Forster, op. cit., p. 256.

[23] Shallcross, op. cit., p.15.

[24] Forster, op. cit., p.308.

[25] M. Spark, Brother to Genius, “Daily Telegraph”, 4 novembre 1960, p.18.

[26] D. du Maurier, The Infernal World of Branwell Brontë, London, Gollancz, 1960, p. 138. Ogni ulteriore riferimento a questo libro avverrà nelle note con l'abbreviazione I.W B.B.

[27] E questo forse il punto di maggior divergenza fra The Infernal World e Branwell Brontë: meno soggettiva ma, sotto certi aspetti, non meno discutibile dell'opera della collega, la biografia di Winifred Gérin fa risalire buona parte dei problemi di Branwell alla morte dell'amata sorella Maria e all'educazione ricevuta dal padre e dalla zia, ma attribuisce la sua rovina definitiva alla reale e sofferta relazione con una Lydia Robinson il cui ritratto ricalca da vicino quello della maliarda calcolatrice e senza scrupoli descritta da Elizabeth Gaskell in The Life of Charlotte Brontë. Non mancano però in­teressanti punti in comune fra le due biografie: la riprovazione per il modo in cui le tre sorelle, e in particolare Charlotte, affrontarono la crisi di Branwell e, soprattutto, lo sguardo benevolo dell'autri­ce. Non a caso, in Branwell Brontë il protagonista appare a tratti conte la vittima di una tragedia ro­mantica, un ragazzo sensibile, sopraffatto da un dolore «[...] born of the better side of his nature [...]», «[...] the only Brontë to die of love» (W. Gérin, Branwell Brontë, London, Thomas Nelson and Sons Ltd., 1961, pp. 283 e 301).

[28] I. W B. B., p. 277.

[29] I.W.B.B., p.10.

[30] Cfr. Forster, op. cit., pp. 276-279.

[31] !bid., p. 223. Barberrys era il nome della casa di Nelson Doubleday, a Long Island, dove Daphne fu ospitata diverse volte dopo il suo incontro con Ellen nel 1947.

[32] Ibid. p.240.

[33] Lettera dei 10 dicembre 1947 citata in ibid., p. 224.

[34] Lettera dei 10 dicembre 1947 citata in ibid., p. 221.

[35] Lettera del 10 dicembre 1947 citata in ibid., p. 222.

[36] I.W.B.B., p..39.
[37] Forster, op. cit., p.278.
[38] LP, Hartley, The Earl of Northangerland, “New Statesman”,12 novembre 1960, p. 754.
[39] I.W.B.B., p. 125.
[40] Ibid., p.81.

[41] Ibid., p. 155.

[42] Ibid., p.178.

[43] Ibid., pp. 203-204.

[44] Ibid., p.215.

[45] M. Spark, “Forward” a The Essence of the Brontës. A Compilation with Essays, London, Peter Owen, 1993.

[46] Grillandi, op. cit., p.12.