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Sempre con te
Il suono del campanello spezzò
il silenzio.
Era lui. Era arrivato. Anne lo sentiva. Avrebbe voluto correre ad
aprire, ma ovviamente lasciò che ci pensasse sua sorella. Ormai era
lei che si occupava di tutto, in casa.
Anne sentì il rumore attutito sulle scale.
Erano sempre stati lievi i suoi passi. Anne ricordò con affetto il
tempo in cui lui spuntava all’improvviso da dietro un albero, o le
si materializzava alle spalle in silenzio. Sempre con quell’aria
malinconica, cupa, stranamente impacciata per un uomo del suo
aspetto e della sua esperienza. E lui di esperienze ne
aveva avute molte, come Anne aveva scoperto in seguito.
La porta della camera da letto si aprì e l’alta figura si stagliò
sulla soglia, contro la luce del corridoio.
“Anne.” La sua voce era gentile, sommessa, la stessa di quando
l’aveva incontrato per la prima volta.
“Non sto dormendo,” lo tranquillizzò lei. Era felice che fosse
salito da solo, che sua sorella avesse ritenuto opportuno concedere
loro un po’ di intimità. Era sempre così nervosa, ultimamente... Lei
aveva tentato di rassicurarla. Le aveva detto che c’era già
passata, che non aveva paura, ma le sue parole avevano soltanto
suscitato ulteriore agitazione.
Lui si sedette sul bordo del letto, le prese la mano. Era
sempre bello, con quei capelli neri e quell’aria tenebrosa che lo
abbandonava così di rado. Il viso era un po’ smunto. Le ricordava
com’era stato un tempo.
“Ti trovo sciupato,” gli disse, in tono leggero.
Scorse il suo sorriso, nella penombra.
“Grazie. Quello che mi è sempre piaciuto di te è che sai come tirare
su le persone.”
“E’ quello che ho appena fatto, no?” Anne tacque un istante. “Non
devi essere triste,” lo esortò, tornando seria.
“Come faccio a non esserlo?”
“Io starò bene,” gli assicurò lei. “Lo so.”
Lui annuì, ma i suoi bei lineamenti si tesero, e la voce gli si
spezzò, mentre mormorava: “Buffy...”
“Non chiamarmi così,” lo rimproverò lei, bonariamente. “Nessuno mi
chiama più così.” Non sembrava appropriato per una donna della sua
età. Per tutti era nonna Anne, o semplicemente Annie, l’anziana
signorina che preparava le torte per le vendite di beneficenza e
raccontava ai bambini quelle spaventose, fantastiche storie di
fantasmi e demoni e vampiri e città scomparse e fanciulle dai
poteri straordinari. C’era da non crederci, a quanto in fretta
fosse passato il tempo. Settantacinque anni. L’unica cacciatrice
che avesse raggiunto quella veneranda età. Avrebbe dovuto
essersene andata mezzo secolo prima.
“Per me sarai sempre Buffy,” sussurrò lui.
Lei sollevò la mano libera e gli accarezzò il volto.
“Adesso vorrei, vorrei...” fece lui, angosciato.
“Non dirlo.”
“Lo so. Ma non posso sopportare di lasciarti andare. E non posso
dimenticare che tu l’hai fatto per me.”
“E’ diverso, lo sai perfettamente. Ti ho dato il mio sangue, e ti ho
ridato la vita. Il tuo sangue me la toglierebbe. Sarebbe solo un
tipo diverso di morte.” Sorrise, ironicamente. “E poi, non credi
che avremmo dovuto pensarci prima? Vuoi forse trasformarmi in un
vecchio demone con i capelli bianchi? Che ne sarebbe del mito del
bel vampiro tenebroso che ti dai tanto da fare a
perpetuare?”
Lui ricambiò il sorriso. Le strinse entrambe le mani.
“Abbiamo sprecato tanto tempo. Io ne avevo, ma tu… Volevo che avessi
una vita diversa. Che potessi vivere l’amore come una persona
normale, con un compagno umano. Se avessi saputo come sarebbe andata
a finire…”
Lei scosse la testa, con un sospiro di falsa impazienza. “Sai bene
che non sono mai stata una persona normale. Ti prego, non torniamo
sull’argomento. Forse non avrebbe funzionato lo stesso. Non ero
pronta.”
“Sì, però, intanto…”
Oh, Dio mio, era incredibile quanto potesse essere ancora
testone e infantile… e adorabile con tutti quei secoli sulle spalle.
“Non ero pronta per una storia importante” corresse in fretta, prima
che lui potesse tirare in ballo di nuovo la faccenda dei biscotti e
dell’Immortale e delle altre relazioni che aveva avuto per non
sentirsi troppo sola, per non pensare, per sentirsi una donna come
tutte le altre. “E poi ammettilo…” Gli rivolse un sorrisetto furbo,
da ragazzina. “Avresti trovato comunque una scusa per andartene. Io
ti rendevo felice, e tu hai sempre voluto soffrire.”
“Buffy!” esclamò lui, scandalizzato.
“Se no, perché avresti distrutto la gemma di Amarra? Ti avrebbe reso
invulnerabile, ridato una vita normale. Avremmo potuto tornare
insieme.”
“Io… Mi sarei trovato a combattere tutti i giorni per difenderlo
dagli altri vampiri.”
“Il che avrebbe senz’altro sconvolto la tua vita, vero? La verità è
che hai sempre pensato di dover soffrire, per poter rimediare al
male che avevi fatto. Credevi che il tuo meglio non fosse mai
abbastanza. Ma lo era. Per me lo era.”
Una fitta, e lei non riuscì a trattenere una smorfia.
Lui le strinse la mano. “Buffy, manca ancora un mese al nostro
appuntamento. Non vorrai darmi buca, vero?” domandò in tono
scherzoso, anche se il suo sguardo tradiva apprensione.
Il loro appuntamento. Già. Un giorno tutto per loro. Ogni anno, da
decenni, per non perdere il contatto, per mantenere vivo il loro
amore. Sì. Era amore, lo era sempre stato, e lo sapevano entrambi.
Non era mai stata una cotta adolescenziale, per lei. Una volta
l’aveva ucciso per salvare il mondo, ma solo lei sapeva quanto le
fosse costato. Non avrebbe mai voluto lasciarlo. Non importava che
non potesse averlo completamente. Si sarebbe accontentata. Nessuna
delle storie che aveva avuto in seguito, per quanto passionale,
era stata importante come quella. Lui le aveva rubato il cuore, e
non gliel’aveva più restituito.
“Angel,” disse. Avvertì un’altra fitta, poi ogni dolore scomparve.
Allora seppe. “Ti ho sempre amato,” sussurrò, con le forze che le
restavano.
“Buffy... Dawn! Presto!” fu l’ultima cosa che sentì. Non aveva
paura. Era già morta prima. Due volte. Non aveva ricordi precisi,
ma sapeva di essere stata bene. Una luce abbagliante apparve sulla
parete di fronte. E sua madre era lì, bella come l’ultima volta che
l’aveva vista in vita.
“Buffy, tesoro,” la chiamò Joyce, allungando le braccia verso di
lei.
Lei si sollevò, lasciandosi il corpo terreno alle spalle. E di colpo
era di nuovo una ragazza. Di un’evanescenza e una luminosità
ultraterrene, ma pur sempre la piccola, esile, fresca ragazza bionda
che era stata un tempo. Corrugò la fronte, confusa.
“Siamo come vuoi vederci, piccola mia,” le spiegò Joyce.
Serenamente, Buffy si mosse verso di lei. Ma si fermò. Il suo
pianto. Il loro pianto. Si voltò. Angel era chino sul suo corpo
senza vita, il viso nascosto fra le mani. Dawn era appoggiata allo
stipite della porta, le labbra tremanti, i grandi occhi azzurri,
sempre limpidi e vivi nonostante il passare del tempo, colmi di
lacrime. Buffy guardò sua madre, con aria di scusa. Joyce annuì. La
conosceva bene. Sapeva che non poteva evitarlo. Dopotutto, non
aveva mai abbandonato chi aveva bisogno di lei. Buffy tornò sui suoi
passi. Quando Angel alzò la testa, asciugandosi gli occhi, lei si
sporse verso di lui e lo baciò.
“Sempre con te, amore mio,” sussurrò.
Lui sbatté le palpebre e si sfiorò le labbra con le dita, come se
l’avesse sentita.
Buffy ricordò una loro antica conversazione. Lui aveva tentato di
dissuaderla dicendo che la loro non sarebbe stata una favola.
Quando io ti bacio, tu non ti svegli da un sonno profondo, e non c’è
il lieto fine. “No, quando tu mi baci io vorrei morire,” aveva
risposto lei.
Sorrise. Forse sarebbero stati più vicini in morte, di quanto non lo
fossero stati in vita. |
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