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Una giornata strana

Il tormento è finito. Questo è stato il giorno più brutto della mia vita, il giorno in cui i miei desideri si sono realizzati. Non sono pazza. Ho avuto ciò che volevo, ma non nel modo in cui speravo. Volevo lui, l’ho desiderato dal primo momento in cui l’ho visto. Eppure, non era per lui che avevo lasciato la mia casa, imbarcandomi sull’astronave. Avevo rinunciato a una carriera di bioricercatrice, e accettato un lavoro meno prestigioso, per amore di Roger. Non avevo mai perso la speranza di rivederlo. Sapevo che prima o poi l’avrei ritrovato, e lo ritrovai su Exo III. Pensai che fosse iniziata la mia nuova vita, ma m’illudevo. Il dottor Roger Korby, lo studioso che avevo tanto ammirato, l’uomo di cui ero innamorata, non c’era più. Era stato sostituito da una macchina, un androide. Nemmeno lui riuscì a reggere la verità. Quando si rese conto che il suo corpo artificiale l’aveva reso più macchina che uomo, si uccise. E io rimasi sola. Di nuovo.
Pensavo che non mi sarei più ripresa, ma a bordo c’era ancora lui. Me n’ero innamorata ancora prima di ritrovare Roger. Lo vedevo girare per i corridoi della nave, dignitoso e austero. Lo immaginavo in plancia, curvo sulla postazione scientifica, attento al più piccolo dettaglio, o seduto con piglio sicuro e disinvolto sulla poltrona del capitano. Mi aveva conquistato la sua intelligenza. Sembrava che sapesse tutto, che non avesse mai dubbi, proprio come Roger. Ma poi mi accorsi che amavo ogni cosa di lui, ogni più piccolo particolare della sua mente e del suo corpo alieni: la sua imperturbabile calma, la sua logica, la sua figura alta e sottile, l’aria severa, lo sguardo intenso, i capelli neri e lucidi come ali di corvo, le delicate orecchie a punta, il sopracciglio obliquo, spesso arcuato in un’adorabile espressione di perplessità. E’ il primo ufficiale della nave, si chiama Spock, è un vulcaniano. Lo so, non potevo fare una scelta peggiore. Ma sua madre è umana. Chissà perché mi sono sempre illusa che un giorno potesse accorgersi di me. Se se n’è accorto, penso che solo la sua impassibilità vulcaniana gli abbia impedito di ridere alle mie spalle. Quello che provo per lui è così evidente che a volte mi prenderei a schiaffi. Non riesco a nascondere i miei sentimenti, cosa che per un vulcaniano dev’essere certamente riprovevole. Eppure, non posso  evitarlo. Un giorno gli ho detto che l’amavo. Avevo spesso immaginato di farlo, ma non in quel modo. C’era una strana epidemia a bordo. Avevano tutti perso il controllo, anch’io, anche lui. Così, spero che si sia dimenticato di quella scena imbarazzante. E ora, la storia si ripete. Niente va mai come vorrei. Ho sognato tante volte di stargli vicino, di abbracciarlo, e invece Parmen ha rovinato tutto. Ha distrutto le mie fantasie. L’ha costretto a baciarmi, contro la sua volontà, giocando con noi come un burattinaio con le sue marionette. C’era un pubblico che rideva e batteva le mani, e io non riuscivo a controllarmi, ancora una volta. Ero come una sonnambula, una bambola strapazzata dai poteri mentali di un alieno annoiato, un immortale assetato di vita, vita altrui. Spock ha cantato per me e Uhura, accompagnato dalla cetra del giullare. Era bello, sembrava un fauno, con quella tunica verde, e il ramo d’alloro che gli cingeva il capo. Tante volte avrei voluto che mi cantasse una canzone, suonando la sua lira vulcaniana, ma oggi ho sofferto per lui, perché sapevo che la sua grande volontà era piegata da un potere più forte. Desideravo che finisse, che finisse tutto al più presto. Non era romantico, era spaventoso e avvilente. Mi vergognavo, non mi sono mai vergognata tanto in vita mia. Vorrei svegliarmi e scoprire che è stato soltanto un brutto sogno. Non so se riuscirò mai più a guardarlo in faccia, dopo quello che è successo. E lui... chissà se mi tratterà ancora come prima.
Oh, eccolo, non mi aspettavo di rivederlo così presto. Sento il cuore che mi batte forte nel petto.
“Infermiera, come si sente?” domanda il dottor McCoy, che è entrato con lui.
“Bene,” mormoro, abbassando gli occhi, per non incontrare lo sguardo di Spock.
“E’ stata una giornata dura, dovrò fare a tutti un controllo completo, per assicurarmi che non ci siano conseguenze fisiche”, dice il dottore. “Cominceremo con Spock, poi ci occuperemo di lei, del tenente Uhura e del capitano. Vuole stendersi sul lettino, Spock?”
“Dottore, le ho detto che mi sento benissimo.”
“Non incominci a fare i capricci. Solo perché È vulcaniano crede di saperne sempre una più di me.”
Il primo ufficiale sospira e si stende sul lettino. Mentre il dottore si allontana per prendere i suoi strumenti, io mi faccio coraggio.
“Mi dispiace,” dico.
“Le dispiace? Per cosa?” chiede lui, con quel suo tono tranquillo.
“Per quello che è successo.”
Lui solleva un sopracciglio. Quel gesto così familiare basta a rincuorarmi. “Quello che È successo non è colpa sua. Comunque posso comprendere il suo turbamento. Oggi è stata sottoposta a un forte stress, e ho notato che l’irrazionalità di voi umani èspesso accentuata dalle situazioni ansiogene.”
“Spock, che cosa sta blaterando?” interviene il dottore, col suo solito fare simpaticamente irascibile. “Non voglio che importuni la mia infermiera con i suoi insopportabili sproloqui sulla logica.”
Sorrido. Riderei, se Spock e il dottore non fossero presenti. L’atteggiamento di Spock non è cambiato. Non lo metto in imbarazzo. Non mi odia per essere stata partecipe involontaria della sua umiliazione. Ma già, avrei dovuto immaginarlo. Lui è vulcaniano. Non può odiarmi. Non può neanche amarmi, a dire il vero. O perlomeno non può darlo a vedere. E’ ironico, in un certo senso. Io, che abbandono una brillante carriera per cercare un uomo che amavo fra le stelle, io, così impulsiva e irrazionale, così poco abile a celare i miei sentimenti, mi sono innamorata di un essere che sembra aver fatto del controllo delle emozioni il suo scopo nella vita. Ripenso a Roger. Credo di aver dato all’espressione “sfortuna in amore” un nuovo significato. Avrei dovuto restare a casa. Eppure, se fossi rimasta non avrei visto le meraviglie che ho visto. Forse ne valeva la pena. Forse lo spazio merita di essere visitato, e l’amore merita di essere vissuto. Senza paura per i pericoli in agguato dietro l’angolo, senza pregiudizi, con ottimismo. Un giorno avrò qualcosa da raccontare, anche se il mio amore per il primo ufficiale non sarà mai ricambiato, anche se resterò a vita una semplice infermiera. Sarò comunque una donna che ha viaggiato nello spazio, ha amato un alieno, ha conosciuto strani mondi, nuove forme di vita e nuove civiltà. Non molti possono dire altrettanto.
“Christine?”
Trasalisco.
“Christine, ha sentito cosa ho detto?” domanda il dottor McCoy. “Mi sembra un po’ distratta. E’ sicura di star bene?”
“Sì, dottore, non sono mai stata meglio.”
Spock solleva il sopracciglio.
Questa volta mi lascio sfuggire una risatina. Spock e il dottore continuano a fissarmi, perplessi. Penseranno che sono matta. Be’, non importa. E’ stata davvero una giornata strana.