Com’è nata l’idea del Sicario?
Il romanzo è stato costruito attorno a un’idea molto semplice: un uomo intrappolato in un pozzo buio e stretto. Era un’immagine che mi ossessionava da parecchio tempo, ma ci ho messo un po’ per “scoprire” come mai il personaggio fosse finito lì dentro. All’inizio avevo immaginato che si trovasse nel deserto, in una terra del futuro devastata dalla guerra, alla Mad Max. Ma cosa ci faceva, da solo, in un buco nel deserto? Ragionando sui motivi che dovevano aver portato il personaggio nel cubicolo, mi sono detta che avrebbe potuto trattarsi di una punizione. Da lì al carcere, alla stazione orbitante, alla pena virtuale, il passo è stato breve.
 
La struttura del romanzo è a episodi. Ricorda un fumetto o un telefilm. Perché questa scelta?
E’ stata quasi obbligata. Il romanzo è nato come racconto, “Giustizia esemplare”, che è poi diventato il primo capitolo del libro. L’avevo scritto nella primavera del 1997 per partecipare al Premio Cristalli Sognanti, che sfortunatamente non viene più indetto da qualche anno. All’inizio, il futuro sicario, Sol Maio, era un uomo d’affari terrestre in trasferta su un lontano pianeta, Venara 5, caratterizzato dal fatto di avere un lato perennemente illuminato e un altro sempre in ombra. Il mio primo lettore è stato, stranamente, mio padre. Dico “stranamente” perché è raro che faccia leggere racconti o romanzi inediti ai miei familiari. Be’, in questo caso è stato un colpo di fortuna, perché lui mi ha suggerito di trasferire la vicenda sulla Terra. Ho provato a riscriverla, un po’ titubante, sostituendo il lato in ombra e il lato illuminato con il mondo sotterraneo e quello di superficie. A quel punto, mi sono accorta che la nuova ambientazione offriva molti spunti interessanti, e mi avrebbe permesso di riutilizzare dei personaggi che avevo amato in nuove avventure. Man mano che mi venivano nuove idee, sfornavo altri racconti, alternandoli magari ad altre cose che stavo scrivendo. Nel giro di un anno, avevo in mano i sette episodi che avrebbero composto il libro, storie indipendenti legate dall’ambientazione comune e dalla presenza di personaggi ricorrenti. Il filo conduttore principale, naturalmente, è il protagonista, che si evolve nel corso della vicenda. Si tratta di una struttura a me congeniale, dato che sono sempre stata un’appassionata di telefilm. Quando ho saputo che l’editore Fanucci aveva indetto il Premio Solaria 2000 per romanzi di fantascienza, mi sono limitata a rendere più fluido il passaggio da un episodio all’altro, togliendo le brevi spiegazioni che non mancavo mai di inserire, una specie di “riassunto delle puntate precedenti”.

Di recente, hai pubblicato due seguiti del romanzo, nel volume Trilogia del sicario.
Li ho scritti diversi anni fa, dopo la pubblicazione del primo libro. L’idea era quella di realizzare una serie con protagonista Sol Maio, e questa volta si tratta di romanzi veri e propri. Nel primo, intitolato La caccia, il Sicario si mette sulle tracce di un possibile serial killer, nel tentativo di dare una mano al suo amico Olmo, titolare di un’agenzia di appuntamenti. Torna anche l’agente governativo Lenora Kelley, impegnata a suo volta a indagare su un misterioso assassino… che potrebbe anche essere il nostro eroe! Be’, forse eroe è una parola un po’ grossa, considerato il mestiere che fa, ma io lo vedo così, essendo il mio protagonista. Il secondo seguito è Nel profondo, e qui Sol si rituffa nell’ambiente della criminalità organizzata in cui si è fatto le ossa all’inizio della carriera. Tanto per restare in tema, saltano fuori un po’ di scheletri dall’armadio, compresi quelli che lui stesso s’illudeva di aver sepolto! Il motivo per cui si è optato per un unico volume è che Il sicario era inizialmente uscito in edicola, quindi la pubblicazione dei due seguiti è stata rinviata in attesa di un’edizione da libreria. Nel frattempo, mi sono dedicata ad altre cose, come la saga degli Eldowin. Alla fine, visto il tempo trascorso, si è deciso di riproporre ancora una volta il primo libro, assieme ai due seguiti, in una Trilogia.

Possiamo sperare in un nuovo episodio?
Chi lo sa? E’ da un po’ che non scrivo una storia del Sicario, ma non mi dispiacerebbe immergermi di nuovo in quel mondo. Sol è il personaggio che amo di più, fra quelli che ho creato, e qualche spunto ci sarebbe. Prima o poi potrebbe venirmi voglia di svilupparli. Ma, naturalmente, bisognerà vedere se la Trilogia incontrerà il favore del pubblico.

Le scrittrici di fantascienza non sono molte. Come mai ti sei interessata a questo genere letterario?
Non mi definisco una scrittrice di fantascienza, perché ho scritto narrativa di tutti i generi: minimalista, fantasy, libri per ragazzi, storie d’amore, d’orrore, thriller, fan fiction e chi più ne ha più ne metta. E’ vero che i miei racconti sono prevalentemente di fantascienza e dell’orrore, ma è perché questi generi mi sono sempre sembrati particolarmente adatti alla forma breve. Inoltre, sono stata stimolata a scriverli dal fatto di aver vinto diversi concorsi di tema fantastico. Diciamo che i miei lavori di fantascienza sembrano aver incontrato maggior gradimento degli altri, questo sì. Quanto al fatto che si tratti di un genere prettamente “maschile”, non me ne sono accorta finché non ho pubblicato Il sicario e la gente non ha cominciato a pormi questa domanda. La mia cultura fantascientifica è, a dire il vero, soprattutto di natura cinematografica o televisiva. Fin da piccola, ho ingurgitato tutto quello che mi capitava a tiro (Il pianeta delle scimmie, Spazio: 1999, Star Trek, I sopravvissuti, Capitan Harlock, Conan, Gundam, Goldrake…), senza che nessuno mi facesse notare che erano “cose da maschi”. La mia passione per Star Trek mi ha portata a divorare decine di libri di questa serie in italiano e in inglese, dopodiché sono passata ad Asimov, Simak, Sturgeon, Wyndham… A proposito di Wyndham, devo tirare ancora in ballo mio padre, che fra i suoi libri preferiti ha rievocato con rimpianto, per anni, lo smarrito Il giorno dei trifidi (in seguito felicemente scovato in un’edizione Urania di seconda mano su una bancarella), inducendomi a pensare che la fantascienza potesse avere lo stesso valore e la stessa “presa” sul pubblico di qualunque altro genere letterario.
 
A chi ti ispiri per i tuoi personaggi? Ti riconosci in qualcuno di loro?
Dovendo mettermi nei loro panni, è naturale che ci trasferisca una parte di me, per quanto piccola. In un certo senso, quando scrivo interpreto diversi ruoli: sceneggiatrice, regista, direttrice di casting, attrice, scenografa. Mi piace dire che il sicario sono io, non perché sono un’assassina, ovviamente, ma perché mi riconosco nel suo modo di vedere il mondo, disincantato e pessimista, e nel suo atteggiamento ironico. Ma anche in Lenora Kelley c’è qualcosa di me: le mie insicurezze. Chiaramente, non puoi creare tutti i personaggi a tua immagine e somiglianza, perché altrimenti sarebbero tutti uguali. Anzi, è necessario creare il maggior distacco possibile, affinché acquistino una vita propria. Di conseguenza, m’immagino nei vari ruoli degli attori, famosi o anche semplici caratteristi. Spesso, guarda caso, si tratta di protagonisti di telefilm. Prima di cominciare un romanzo, devo mettere assieme il mio cast. Ho bisogno di vedere molto chiaramente il personaggio, in modo da renderlo il più vivo e reale possibile. A volte tengo addirittura delle foto accanto al computer, mentre scrivo. Nel ruolo dell’uomo nel pozzo in mezzo al deserto, all’inizio vedevo Scott Bakula. Quando ho cominciato ad appassionarmi a X-Files, il Fox Mulder ironico e un po’ cupo di David Duchovny è diventato il mio Sol Maio, e da quel momento la storia ha cominciato a dipanarsi nella mia mente. Avevo trovato la persona giusta. La cosa funziona in entrambe le direzioni: posso semplicemente cercare il volto adatto per un personaggio che ho inventato, o può essere l’attore stesso a farmi venire delle idee. L’attore giusto può ispirarmi anche diversi personaggi, addirittura storie intere. Va un po’ a periodi. Per qualche anno, ad esempio, ho infilato Julia Roberts dappertutto. Altri a cui devo molto sono Gillian Anderson, Russell Crowe, Sarah Michelle Gellar, Michael Rosenbaum. Sono sempre entusiasta quando m’imbatto in un attore capace di farmi scattare il click, chiamiamolo così.
 
A sentirti parlare, sembra che la tua produzione sia piuttosto vasta. Quando hai cominciato a scrivere?
Oh, sì, ho scritto molto, anche se non tutto è stato pubblicato. Ho deciso che sarei diventata scrittrice in quinta elementare. Ho cominciato l’anno dopo, e a quindici anni ho finito il mio primo romanzo. Da allora, non mi sono più fermata!
 
Di recente è uscito “La leggenda degli Eldowin”, secondo volume di una saga fantasy iniziata nel 2007. Che cosa ti ha indotto a sperimentare un nuovo genere? Che cosa puoi raccontare di questa esperienza?
In realtà non avevo mai pensato di scrivere un fantasy, soprattutto perché solitamente si tratta di opere molto lunghe, mentre io ho sempre ammirato chi riesce a dire tante cose in poche parole! Comunque, un amico scrittore, che evidentemente ha molta fiducia nelle mie capacità di adattamento, è riuscito a coinvolgermi in un progetto che avrebbe dovuto vedere la partecipazione di diversi autori, chiamati a sviluppare delle storie attorno a un’ambientazione e a dei personaggi prefissati. Purtroppo, la cosa non è andata in porto, e mi sono trovata nella necessità di modificare il romanzo per poter riutilizzare il materiale già scritto. Fortunatamente, il libro era fin dall’inizio molto personale, quindi non ha richiesto grandi interventi. I cambiamenti più consistenti riguardano l’ambientazione e alcuni personaggi (in particolare, Reven, Danian, Adras, Briam e Tarvin, che non esistevano nella prima versione). Gli altri erano creazioni originali e quindi non sono stati toccati, come praticamente tutta la parte sugli Eldowin. L’introduzione di nuovi personaggi, con obiettivi diversi da quelli originari, ha poi fatto sì che la storia rimanesse parzialmente aperta, dandomi la possibilità di realizzare un’opera di più ampio respiro, come si confà alle saghe fantasy. Dunque, è stata un’esperienza stressante, per certi versi, perché non avevo mai riscritto un libro in precedenza, ma alla fine si è rivelata positiva perché mi ha dato grandi soddisfazioni. Si potrebbe definire, come dicono gli inglesi, “a blessing in disguise”. Insomma, non tutto il male vien per nuocere!
 
Quali sono state le tue fonti d’ispirazione per "Il destino degli Eldowin" primo romanzo della saga?
Per quanto riguarda la parte degli Eldowin, mi sono ispirata ai Rothschild e ai Romanov. Il parallelo coi Romanov è evidente, e le uova di cristallo che Eldres regala a Nerea vogliono essere un esplicito richiamo alla collezione di preziose uova Fabergé commissionate all’orafo dagli zar Alessandro III e Nicola II. Quanto ai Rothschild, mi sono ispirata a loro soprattutto nel culto, nella solidarietà e nell’unità della famiglia. Anche qui ho disseminato diversi riferimenti, a cominciare dal termine “elfico” Nish’paàn, derivante dall’ebraico “mishpaha” (“famiglia”), che indicava il potente clan di banchieri dei re. C’è poi la tradizione del matrimonio fra cugini e il motto “nessuno è degno di un Eldowin quanto un Eldowin”, e la vicenda di Ennis II tenuto in ostaggio (ma pur sempre trattato con i guanti) dai suoi nemici di Thaduin, che si rifà alla prigionia del barone Louis von Rothschild, capo della casa di Vienna, arrestato e poi liberato dai nazisti dopo lunghe trattative. L’ascesa dei Rothschild, assieme alle vicende finanziarie di John Law, fondatore della Banca di Francia, mi ha ispirato anche la figura dell’intraprendente orafo Algon, e della sua fulminante carriera. La leggenda degli Eldowin, in sé e per sé, mi è stata invece ispirata da Michael Rosenbaum, e più precisamente dalla sua interpretazione in Smallville. Il suo Lex mi ha folgorata dalla prima puntata perché, per il suo aspetto e il modo di parlare e di muoversi, così elegante, quasi liquido, mi faceva pensare a una creatura soprannaturale, evanescente, uno spiritello. Ho pensato che sarebbe stato perfetto con un paio di orecchie a punta. Ma dovevo spiegare in qualche modo la presenza di un elfo calvo nel mio libro! E così è nata la leggenda del dio Delfino, progenitore degli Eldowin, che trae spunto anche da quella del dio-serpente delle cascate Iguazù. Per la parte della quest, invece, ho recuperato un soggetto cinematografico alla Indiana Jones che avevo scritto a sedici anni, intitolato l’ “Enigma etrusco” (anzi, in una delle due versioni, il protagonista era proprio Indiana Jones!). Fin da subito, ho visto nei panni di Reven Emily Deschanel, così appassionata del suo lavoro e al contempo così glaciale in Bones. Danian invece è un Bud White barbaro, insomma Russell Crowe. Un personaggio a cui sono particolarmente legata è Iahn, creato a partire dai racconti d’infanzia di mio zio e di altri contadini della Provincia Granda.

Qualcosa su "La leggenda degli Eldowin", il tuo ultimo libro?
Si svolge circa un anno e mezzo dopo il primo romanzo, e vi ritroviamo buona parte dei personaggi del primo libro, più altri nuovi che, spero, piaceranno ai lettori. Alcuni, che si erano visti poco nel primo libro, conquistano maggiore spazio: ad esempio Briam, il figlio di Adras l’Oscuro, o Yrena Bejune, principessa di Rygan, che nel primo romanzo veniva citata una volta sola. Poi, facciamo conoscenza con i duchi di Vniri e i loro vampiri di corte, i clan barbari, una strana veggente e quella che io definisco la “groupie” della situazione, un’elfa bella e impulsiva, “fan” degli Eldowin! La narrazione si sviluppa principalmente lungo tre binari paralleli, che alla fine convergono in una sorta di crescendo wagneriano. Anche qui, esploro temi già affrontati nel primo capitolo della saga. La vendetta, l’ambizione e il senso di rivalsa, che accomunano diversi personaggi, sono forse quelli che saltano all’occhio a prima vista ma, per quanto mi riguarda, i più interessanti sono la riflessione sui privilegi e i doveri connessi al potere, l’arte del comando, il conflitto tra fede e ragione, l'importanza della famiglia, la natura del male, l’amicizia e l’amore, la crescita e la conseguente assunzione di responsabilità.
 
Sembra che tu compia delle accurate ricerche, prima di cominciare a scrivere.
Sì, di solito mi documento prima e durante la stesura di un libro. Devo dire che in questo Internet si dimostra molto utile, perché fare la coda in biblioteca e scartabellare fra i libri finché non trovi quello giusto può farti perdere molto tempo. A volte, comunque, richiamo alla memoria o vado a ripescare cose che ho già letto, perché amo molto le biografie e i libri di storia. Riguardo ai dubbi di carattere tecnico o scientifico, posso poi contare su alcuni “consulenti” molto preparati. Diciamo che in questi casi si rivela una fortuna avere per amici esperti di informatica e ingegneri aerospaziali!