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Il Dono
Il latte. Stava per dimenticare
il latte. Tornò sui propri passi, zoppicando. Due cartoni da un
litro si aggiunsero al resto della spesa, nella sporta del
minimarket. Direzione uscita. Non c’era coda, alle casse. Quando
lo videro arrivare, le due ragazze si scambiarono una rapida
occhiata. Lui finse di non notarlo e appoggiò la spesa sul nastro
di gomma più vicino. La cassiera si mise subito al lavoro, con
l’aria di volersi liberare da un peso al più presto e nel modo più
indolore possibile. Lui si accorse che indugiava con una mano sulle
sbarre della cesta. Tocca ferro.
Alzò lo sguardo. L’altra ragazza gli concesse un sorriso. Lui vi
lesse un accenno di compatimento. Non se ne dispiacque. Era meglio
di niente. E non era la prima volta. La cassiera bionda aveva un
sorriso e una parola gentile per tutti.
La Bruna lesse l’importo, prese il denaro e gli diede il resto
senza guardarlo in faccia. Lui zoppicò verso le porte automatiche.
Mentre usciva, colse al volo alcuni frammenti di una conversazione
fra le due cassiere. La Bruna: “...venire i brividi”. La Bionda:
“... pena... poveretto.”
Claudicò lungo il marciapiedi, con la borsa della spesa.
Il solito gruppo di giovani stazionava davanti al bar
sull’altro lato della strada, fumando e ridendo. Moto potenti,
macchine sportive parcheggiate in seconda fila. La BMW del
figlio del sindaco, la Ferrari del rampollo Tanzi, il fuoristrada
dei ragazzi dell’avvocato Ginestra.
Qualcuno lo vide. Gridò: “Ehi, storpio, dove vai?”
Gli altri sghignazzarono. “Tornatene nella cripta, beccamorto!”,
“Hai visto qualche spirito, ultimamente? Perché non ce ne presti
qualcuno? Stasera facciamo una festa: abbiamo bisogno di un po’
d’intrattenimento!”, “Uuuuuuuh! Uuuuuuuuh!”
Ululati e risate.
Già visto. Li ignorò e proseguì per la sua strada. La gamba gli
faceva un po’ male. Pioggia in arrivo. Stava claudicando dietro
l’edicola, quando un tizio spuntò con un giornale in mano. “Spesi?
Spesi, ma sei tu?” Una stretta di mano vigorosa, una pacca sulla
spalla.
Lui lo guardò. Capello chiaro e folto da pubblicità dello shampoo,
aria sana da sportivo, completo grigio firmato.
“Non mi riconosci? Scala, ricordi? Scala, Spesi, Tanzi... Terza B.”
“Certo”, disse lui, sorridendo appena. Come avrebbe potuto
dimenticarlo? Scala: un paio di decenni in più sul groppone e ancora
bello come un divo del cinema. Lui: stempiatura incipiente,
pantaloni e gilè stazzonati, camicia fuori moda, l’aspetto mediocre
di uno che sarebbe passato del tutto inosservato se non fosse
stato per la gamba lesa. Era difficile prenderli per ex-compagni
di classe.
“E’ da una vita che non ci vediamo. Vuoi un passaggio? Ho la
macchina, mi sono solo fermato a prendere il giornale.”
Il solito paternalismo alla Scala. Anche ai bei tempi ci teneva a
mostrarsi magnanimo con tutti. Tanto valeva approfittarne. Scala lo
condusse a una Volvo grigio metallizzata. Mise in moto e cominciò
a raccontargli la storia della sua vita, mentre l’autoradio
snocciolava le notizie del giorno. Era lì per affari. Faceva
l’imprenditore, era sposato con la figlia di un pezzo grosso e
aveva da poco intrapreso la carriera politica. Gli mostrò la foto
della prole. E tu che fai? domandò. Hai famiglia?
“No”, rispose lui.
Qualche secondo di silenzio.
“Ho saputo della disgrazia”, lo informò Scala.
Non l’avrebbe definita una “disgrazia”, ma non si diede la pena di
correggerlo. “E’ stato tanto tempo fa”, osservò. Quanti anni?
Quasi dieci, anche se sembrava il giorno prima.
“Sì, ma avrei dovuto farmi vivo. Il fatto è che da quando mi sono
trasferito sono un po’ tagliato fuori. Vengo a sapere tutto in
ritardo.”
“Be’, non eravamo così in confidenza”, lo rassicurò lui.
“Comunque me la ricordo, tua sorella.”
Niente di strano. Se la portava spesso dietro, quando sua madre era
ubriaca o a servizio. I ragazzi lo schernivano, per questo. Le
ragazze lo trovavano tenero, ma uscivano con i tipi come Scala. A
volte desiderava che Lara non fosse mai nata. Durava poco, però.
Lei gli aveva preso il cuore.
Secondo gli ultimi dati, l’inflazione a marzo e’ rimasta stabile,
informava la speaker del radiogiornale.
“Che fine ha fatto quel tipo? Il fidanzato?” chiese Scala.
“Si è impiccato in cella”, rispose lui.
Scala assunse un’espressione di circostanza.
“Quel problema alla gamba è una conseguenza del... fatto?”
“Sì.”
Il fatto: l’ex-fidanzato di sua sorella irrompe in casa sparando.
Non accetta di essere stato lasciato. Lui si mette in mezzo e si
prende due pallottole, una al ginocchio, l’altra in pieno petto.
E’ spacciato. Resta morto per quasi un minuto. Quando si sveglia
in ospedale, scopre che sua sorella è morta e che l’ex-fidanzato ha
confessato.
Sequestrati 11 chili di cocaina in una maxi-operazione
antidroga...
Non gli era mai piaciuto quel ragazzo, ma non aveva mai
impedito a Lara di frequentarlo. Grosso sbaglio. Lei credeva di
poterlo salvare, come quando portava a casa gli uccellini caduti
dal nido. Quando finalmente si era resa conto del suo errore, quel
disgraziato l’aveva ammazzata. La persona più importante della sua
vita. Le aveva fatto da padre, oltre che da fratello. L’aveva
imboccata, curata, le aveva cantato la ninna nanna, l’aveva
accompagnata dal dentista e al primo giorno di scuola, le aveva
comprato le tartarughine d’acqua che desiderava tanto, aveva fatto
l’elemosina a ogni accattone che avevano incrociato per strada, per
vederla sorridere, l’aveva aiutata a fare i compiti finché non si
era accorto che era più intelligente di lui, aveva interrotto gli
studi per mantenere lei e la mamma. Lara lo considerava la persona
migliore del mondo. Solo lei. “Voglio che lo sappiano tutti”,
diceva, “così ti vorranno bene come te ne voglio io. Nessuno,
nessuno potrà fare a meno di amarti.”
Sua madre non aveva retto il colpo. Era morta d’infarto il giorno
stesso del delitto.
“Ho rischiato l’amputazione”, disse, accarezzandosi il ginocchio.
Tua sorella è morta, gli avevano detto. Tua madre è morta. Ma
abbiamo una bella notizia: ti abbiamo salvato la gamba.
“Ti è andata bene”, commentò Scala.
... è stata identificata come Katya Stojanova, prostituta
diciottenne da poco immigrata nel nostro paese con il miraggio di
un futuro migliore. Ancora sconosciuto l’autore dell’efferato
delitto. La ragazza è stata torturata, stuprata, strangolata...
Quand’era morto, aveva visto Lara. Sottile come un giunco, i
serici capelli castani a incorniciarle il volto. Non è ancora il
tuo momento, gli aveva detto, con quella sua voce morbida e
dolce, da ragazzina. Poi si era allontanata verso una bellissima
luce, facendogli segno con la mano di non seguirla. Non andare, le
aveva gridato, piangendo. Resta con me. Dio, ti prego, falla
restare.
Un’allucinazione, si era detto. O il segno dell’esistenza di un
aldilà. L’aveva vista ancora, dopo quella volta. Aveva avuto altre
strane visioni. Qualche anno prima si era fatto due giorni di
galera per aver rivelato alla polizia alcuni dettagli sul
sequestro di un bambino. Era stato scambiato per uno dei complici.
Alla fine era stato giudicato innocuo e rilasciato. Da allora aveva
evitato qualunque coinvolgimento con le forze dell’ordine. Con il
passare del tempo, il delitto di sua sorella era finito nel
dimenticatoio. Lui era rimasto per tutti lo svitato che parlava con
gli spiriti.
“E adesso cosa fai?” chiese Scala.
“Dirigo l’impresa di pompe funebri. L’ho rilevata quando il
vecchio Trezza è andato in pensione.” Incredibile ma vero:
nonostante le sue “stramberie” era rispettato e apprezzato per
la professionalità con cui svolgeva il proprio lavoro. Nessuno
aveva mai avuto motivo di lamentarsi del servizio.
“Be’, qualcuno deve pur farlo”, commentò Scala, senza curarsi di
celare un mezzo sorriso. “D’altra parte è un settore che non
conoscerà mai crisi.”
“Puoi lasciarmi qui”, disse lui. “Sto a due passi.”
“Non ci penso nemmeno. Ti porto fino a casa. Dove abiti?”
“La prossima a destra. Sopra l’agenzia.”
“Ah... interessante.”
Spesi lo immaginava già nell’atto di raccontare quel pittoresco
aneddoto al prossimo cocktail party.
“E’ una casa grande, per viverci da solo.”
“Non sono solo.
“Ah no? Avevo capito ...
Un attimo di esitazione. “Ho un gatto”, spiegò lui.
Scala annuì, con la sua migliore aria di comprensione. Ora doveva
aver raggiunto il suo scopo. Poteva proprio sentirsi baciato in
fronte dalla sorte. Si fermò quasi davanti alla sua porta di
casa. “Be’, mi ha fatto piacere rivederti. Se dovessi venire a
Milano, fammi uno squillo.” Gli porse un biglietto da visita. Lui
esitò, ma lo prese. Non disse che usciva soltanto per scarrozzare
cadaveri e fare la spesa. “Grazie del passaggio”, disse, aprendo
e richiudendo lo sportello. L’auto tornò da dov’era venuta con
un’inversione a U.
Lui si diresse alla porta zoppicando. Entrò in casa. Mentre posava
la borsa della spesa sul tavolo della cucina, Cleo gli s’infilò fra
i piedi miagolando. “Adesso arriva la pappa.”
Aprì il cartone del latte e riempì la scodella della gatta. Accese
la tivù: una madre e una figlia si sbranavano aizzate da un’abile
conduttrice di talk show. Svuotò la borsa della spesa, mise a
cuocere un blocchetto di linguine surgelate, diede un’occhiata alle
bollette e ai depliant che aveva ritirato dalla buca quella
mattina. Cenò, coccolò la gatta, si cucì un bottone, cambiò una
lampadina. La solita routine.
Prima di andare a dormire, scese nel seminterrato per dare
un’occhiata ai suoi ospiti, come sempre. La sua assistente aveva
fatto un ottimo lavoro con il trucco. L’anziana signora
nell’elegante bara di mogano e la ragazza bionda nella semplice
cassa pagata dal comune sembravano quasi addormentate. Si accostò
alla salma della ragazza. Era vestita con un abito bianco. Aveva un
viso pulito e dolce da ragazzina, che gli ricordava un po’ Lara.
Sua sorella era poco più grande di lei, quand’era morta.
“Katya, Katya... i tuoi sogni ti hanno uccisa”, sospirò. “Non
avevi nessuno, qui. Avresti dovuto restare a casa tua.”
Improvvisamente gli parve ingiusto consegnarla all’eterno riposo in
quella bara da quattro soldi. Passò in rassegna con la mente le bare
esposte nell’altra sala. Ce n’era una bianca, con le maniglie
d’ottone e le imbottiture di raso. Ci avrebbe rimesso, ma si
sarebbe sentito a posto con la coscienza. Andò a prenderla e
l’accostò alla cassa della ragazza. Si chinò sulla salma,
passandole un braccio sotto le spalle. Stava per infilare l’altro
sotto le gambe, quando si bloccò, come se un flash gli fosse
esploso davanti agli occhi.
Voci, urla, risate, grossi pneumatici che sterzavano nel fango.
Lasciò ricadere il cadavere. Le immagini e i suoni svanirono
bruscamente come erano apparsi. Chiuse gli occhi, li riaprì sulla
salma diafana immobile nella bara.
“No, bambina”, mormorò. “Mi stai giocando un brutto tiro.”
Era per evitare quel tipo di inconvenienti che aveva rinunciato
alla compagnia dei vivi. Non gli piaceva sfiorare una donna e
vederla come sarebbe stata dieci anni dopo, distesa su un letto,
divorata dal cancro. Non gli piaceva stringere la mano di un uomo
e sapere che da lì a pochi mesi sarebbe stato investito da un’auto.
I morti in genere non riservavano brutte sorprese. Le poche visioni
che gli capitava di avere riguardavano il passato. Brevi balenii di
odori, sapori, parole, visi, colori che indugiavano dolcemente,
prima di perdersi nell’oblio. A volte un rapido squarcio. Una
finestra aperta sugli ultimi, fragili istanti di un’esistenza.
Pochi secondi. Ma questo era diverso. Aveva la forza, la
precisione, l’intensità delle visioni evocate dai vivi.
Esitò. Respirò a fondo e allungò nuovamente la mano verso la
ragazza. Le sfiorò la spalla. Di nuovo il flash, come un televisore
che si accende da solo nella notte.
Il fuoristrada. Una baracca in campagna. La ragazza gettata a
terra. Il branco che attacca. Le urla disperate. La mano sulla
bocca. Mani diverse. Incitamenti. Un rolex d’oro. Una croce che
pende da una catenina. Fumo. Mozziconi e bottiglie di birra
gettati in un angolo. Le dita attorno al collo. Il respiro che
manca. I volti. Quei volti.
Si staccò bruscamente. Qualche secondo per riprendersi.
Respirò ancora a fondo e riprovò a sollevare la salma. Questa volta
non ci furono interferenze. L’adagiò nella bara bianca, le sistemò i
capelli e il vestito. Risalì al piano superiore. Raccolse la
scodella vuota della gatta, la sciacquò e la ritirò. Andò al
telefono. Guardò l’orologio. Era tardi. Cercò il numero di casa del
capitano Melis. Era il solo sbirro che gli avesse mostrato un po’
di comprensione, ai tempi della vicenda del bambino rapito.
Compose il numero e attese. Rispose una donna. Lui si fece passare
il marito.
“Sì?”
“Capitano, sono Spesi, dell’agenzia di pompe funebri. La chiamo
per l’omicidio della ragazza russa.”
“Spesi...” cominciò il capitano, in tono d’infinita pazienza.
“Controlli le ruote del fuoristrada dei fratelli
Ginestra”, lo interruppe lui. “Controlli anche la baracca del
taglialegna nella pineta. Ci sono bottiglie e mozziconi da
analizzare. Sono coinvolti anche il figlio del sindaco e almeno
altri tre ragazzi della compagnia.”
“Sta lanciando delle accuse molto serie.”
“Controlli”, ripetè lui.
Un attimo di silenzio. “Proverò anche questa. Non abbiamo nessuna
pista concreta. Sappiamo solo che c’è di mezzo più di una persona.”
Lui ebbe l’impressione di rivederli con la mente. “Attaccano in
branco, per sentirsi forti”, commentò, in tono piatto. Da soli non
sarebbero stati niente. E da soli avrebbero dovuto affrontare le
conseguenze delle loro azioni.
“Posso chiederle come mai ha deciso di chiamarmi?”
“Non ho potuto evitarlo.” Riagganciò. Spense il televisore, salì
al piano superiore, si preparò per la notte, entrò in camera da
letto. Lei era seduta sulla sua poltrona preferita. Gli sorrise.
C’era qualcosa di evanescente e tuttavia di stranamente concreto,
nel suo aspetto. I lisci capelli castani le accarezzavano la
schiena e le braccia. Indossava l’abito lungo color salmone che
portava il giorno della sua morte. “Dovresti togliere
l’elettricità, quando cambi le lampadine”, lo rimproverò.
Lui sorrise, ironicamente. Tornò serio. “Perché mi hai fatto
vedere quelle cose?” domandò.
“Perché lei lo voleva. Voleva che qualcuno sapesse.”
A volte pensava che la sua vita sarebbe stata normale, senza di
lei. Ma, in fondo, era lei che dava un senso alla sua vita, al
trascinarsi di giorni sempre uguali. Lei, lì ad aspettarlo. Sempre
sorridente, come quando era bambina. Era stato lui a chiederle di
restare. In qualche modo, le aveva impedito di raggiungere la luce.
Si era fermata a metà strada. Un ponte fra il suo mondo e l’altro.
E quello era stato il suo dono. O la sua condanna. Uno scotto da
pagare, in cambio della sua presenza.
Il potere della visione.
Era cominciato con quel ragazzo, il suo assassino. Lo
ricordava nell’atto di afferrarlo per il braccio supplicando
perdono. In quell’istante aveva visto il futuro dell’uomo che gli
aveva rovinato la vita. L’aveva visto penzolare, impiccato al
lenzuolo. Curiosamente, aveva provato pietà.
Mentre ripiegava i pantaloni, il biglietto da visita di Scala
cadde sul pavimento. Lo raccolse e lo strappò in due. Entro breve
sarebbe stato obsoleto. Dirglielo non sarebbe servito a niente,
e poi perché rovinargli la sorpresa? D’altra parte, cosa avrebbe
dovuto dirgli? Non scarrozzare in giro le tue amichette quando sei
strafatto? Gli sarebbe costato la Volvo, il matrimonio, la casa,
quel poco di rispetto dei figli che ancora gli restava, la
carriera politica e altro ancora, ma nessuno avrebbe riportato
danni fisici permanenti. L’aveva saputo nel momento preciso in cui
gli aveva stretto la mano, dietro l’edicola.
“A volte si è più soli fra i vivi che fra i morti. Ci hai mai
pensato?” Un sorriso tenue, e la figuretta svanì.
Lui indugiò per qualche secondo, poi s’infilò nel letto.
“Buonanotte, bambina”, mormorò.
Puntò la sveglia, spense la luce, si coricò e chiuse gli occhi.
Qualcosa di lieve, quasi un sospiro, gli sfiorò la guancia. La
voce di lei gli sussurrò all’orecchio: “Buonanotte, tesoro mio.” Poi
fu un concerto di suoni attutiti, un vago ronzio, voci che aveva
imparato a distinguere nel corso degli anni, alcune ridenti, altre
materne, amichevoli, soavi. Voci di un altro mondo. Buonanotte,
dicevano. Buonanotte, tesoro. Buonanotte, buonanotte, buonanotte...
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