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  Segnalato al Premio Lovecraft per la Letteratura Fantastica 1999
 

Il Dono

Il latte. Stava per dimenticare il latte. Tornò sui propri passi,  zoppicando. Due cartoni da un litro si aggiunsero  al resto della spesa, nella sporta del minimarket. Direzione  uscita. Non c’era coda, alle casse.  Quando  lo videro arrivare, le due ragazze si scambiarono una rapida occhiata. Lui finse di non notarlo e appoggiò la spesa sul  nastro di gomma più vicino. La cassiera si mise subito al lavoro, con l’aria di volersi liberare da un peso al più presto e nel modo più indolore possibile. Lui si accorse che indugiava con una mano sulle sbarre della cesta. Tocca ferro.
Alzò lo sguardo. L’altra ragazza gli concesse un  sorriso. Lui  vi lesse un accenno di compatimento. Non se ne  dispiacque. Era meglio di niente. E non era la prima volta. La  cassiera bionda aveva un sorriso e una parola gentile per tutti.
La  Bruna lesse l’importo, prese il denaro e gli diede  il resto  senza guardarlo in faccia. Lui zoppicò verso le  porte automatiche. Mentre usciva, colse al volo alcuni frammenti di una conversazione fra le due cassiere. La Bruna: “...venire i brividi”. La Bionda: “... pena... poveretto.”
Claudicò lungo il marciapiedi, con la borsa della spesa.
Il  solito  gruppo di giovani stazionava  davanti  al  bar sull’altro lato della strada, fumando e ridendo. Moto  potenti,  macchine sportive parcheggiate in seconda fila.  La  BMW del  figlio  del sindaco, la Ferrari del rampollo  Tanzi,  il fuoristrada dei ragazzi dell’avvocato Ginestra.
Qualcuno lo vide. Gridò: “Ehi, storpio, dove vai?”
Gli altri sghignazzarono. “Tornatene nella cripta,  beccamorto!”, “Hai visto qualche spirito, ultimamente? Perché  non ce  ne presti qualcuno? Stasera facciamo una  festa:  abbiamo bisogno di un po’ d’intrattenimento!”, “Uuuuuuuh! Uuuuuuuuh!”
Ululati e risate.
Già visto. Li ignorò e proseguì per la sua strada. La gamba  gli faceva un po’ male. Pioggia in arrivo. Stava  claudicando dietro l’edicola, quando un tizio spuntò con un giornale  in mano. “Spesi? Spesi, ma sei tu?” Una stretta  di  mano vigorosa, una pacca sulla spalla.
Lui lo guardò. Capello chiaro e folto da pubblicità  dello shampoo, aria sana da sportivo, completo grigio firmato.
“Non mi riconosci? Scala, ricordi? Scala, Spesi,  Tanzi... Terza B.”
“Certo”, disse lui, sorridendo appena. Come avrebbe potuto dimenticarlo? Scala: un paio di decenni in più sul groppone e ancora bello come un divo del cinema. Lui: stempiatura  incipiente, pantaloni e gilè stazzonati, camicia fuori moda, l’aspetto mediocre di uno che sarebbe passato del tutto inosservato  se  non fosse stato per la gamba  lesa.  Era  difficile prenderli per ex-compagni di classe.
“E’ da una vita che non ci vediamo.  Vuoi un passaggio? Ho la macchina, mi sono solo fermato a prendere il giornale.”
Il  solito paternalismo alla Scala. Anche ai bei tempi  ci teneva  a mostrarsi magnanimo con tutti. Tanto valeva  approfittarne. Scala lo condusse a una Volvo grigio  metallizzata. Mise  in moto e cominciò a raccontargli la storia  della  sua vita,  mentre l’autoradio snocciolava le notizie del  giorno. Era lì per affari. Faceva l’imprenditore, era sposato con  la figlia di un pezzo grosso e aveva da poco intrapreso la  carriera politica. Gli mostrò la foto della prole. E tu che fai? domandò. Hai famiglia?
“No”, rispose lui.
Qualche secondo di silenzio.
“Ho saputo della disgrazia”, lo informò Scala.
Non l’avrebbe definita una “disgrazia”, ma non si diede la pena  di  correggerlo. “E’ stato tanto  tempo  fa”,  osservò. Quanti anni? Quasi dieci, anche se sembrava il giorno prima.
“Sì, ma avrei dovuto farmi vivo. Il fatto è che da  quando mi sono trasferito sono un po’ tagliato fuori. Vengo a sapere tutto in ritardo.”
“Be’, non eravamo così in confidenza”, lo rassicurò lui.
“Comunque me la ricordo, tua sorella.”
Niente di strano. Se la portava spesso dietro, quando  sua madre era ubriaca o a servizio. I ragazzi lo schernivano, per questo. Le ragazze lo trovavano tenero, ma uscivano con i tipi come Scala. A volte desiderava che Lara non fosse mai  nata. Durava poco, però. Lei gli aveva preso il cuore.
Secondo  gli ultimi dati, l’inflazione a marzo e’  rimasta stabile, informava la speaker del radiogiornale.
“Che fine ha fatto quel tipo? Il fidanzato?” chiese Scala.
“Si è impiccato in cella”, rispose lui.
Scala assunse un’espressione di circostanza.
“Quel problema alla gamba è una conseguenza del... fatto?”
“Sì.”
Il  fatto: l’ex-fidanzato di sua sorella irrompe  in  casa sparando. Non accetta di essere stato lasciato. Lui si  mette in mezzo e si prende due pallottole, una al ginocchio,  l’altra  in pieno petto. E’ spacciato. Resta morto per  quasi  un minuto. Quando si sveglia in ospedale, scopre che sua sorella è morta e che l’ex-fidanzato ha confessato.
Sequestrati 11 chili di cocaina in una maxi-operazione antidroga...
Non  gli era mai piaciuto quel ragazzo, ma non  aveva  mai impedito a Lara di frequentarlo. Grosso sbaglio. Lei  credeva di poterlo salvare, come quando portava a casa gli  uccellini caduti dal nido. Quando finalmente si era resa conto del  suo errore,  quel disgraziato l’aveva ammazzata. La  persona  più importante della sua vita. Le aveva fatto da padre, oltre che da  fratello. L’aveva imboccata, curata, le aveva cantato  la ninna  nanna,  l’aveva accompagnata dal dentista e  al  primo giorno  di scuola, le aveva comprato le tartarughine  d’acqua che desiderava tanto, aveva fatto l’elemosina a ogni accattone che avevano incrociato per strada, per vederla  sorridere, l’aveva  aiutata a fare i compiti finché non si  era  accorto che  era più intelligente di lui, aveva interrotto gli  studi per mantenere lei e la mamma. Lara lo considerava la  persona migliore del mondo. Solo lei. “Voglio che lo sappiano tutti”, diceva, “così ti vorranno bene come te ne voglio io. Nessuno, nessuno potrà fare a meno di amarti.”
Sua madre non aveva retto il colpo. Era morta d’infarto il giorno stesso del delitto.
“Ho rischiato l’amputazione”, disse, accarezzandosi il ginocchio.
Tua sorella è morta, gli avevano detto. Tua madre è morta. Ma abbiamo una bella notizia: ti abbiamo salvato la gamba.
“Ti è andata bene”, commentò Scala.
... è stata identificata come Katya Stojanova,  prostituta diciottenne da poco immigrata nel nostro paese con il  miraggio  di  un  futuro  migliore.  Ancora  sconosciuto  l’autore dell’efferato delitto. La ragazza è stata torturata,  stuprata, strangolata...
Quand’era morto, aveva visto Lara. Sottile come un giunco, i serici capelli castani a incorniciarle il volto. Non è  ancora  il  tuo momento, gli aveva detto, con quella  sua  voce morbida  e dolce, da ragazzina. Poi si era allontanata  verso una bellissima luce, facendogli segno con la mano di non  seguirla.  Non andare, le aveva gridato, piangendo.  Resta  con me. Dio, ti prego, falla restare.
Un’allucinazione, si era detto. O il segno  dell’esistenza di un aldilà. L’aveva vista ancora, dopo quella volta.  Aveva avuto  altre strane visioni. Qualche anno prima si era  fatto due  giorni di galera per aver rivelato alla  polizia  alcuni dettagli sul sequestro di un bambino. Era stato scambiato per uno dei complici. Alla fine era stato giudicato innocuo e rilasciato.  Da allora aveva evitato  qualunque  coinvolgimento con le forze dell’ordine. Con il passare del tempo, il delitto di sua sorella era finito nel dimenticatoio. Lui era rimasto per tutti lo svitato che parlava con gli spiriti.
“E adesso cosa fai?” chiese Scala.
“Dirigo  l’impresa di pompe funebri. L’ho rilevata  quando il vecchio Trezza è andato in pensione.” Incredibile ma vero: nonostante  le sue “stramberie” era rispettato  e  apprezzato per  la professionalità con cui svolgeva il  proprio  lavoro. Nessuno aveva mai avuto motivo di lamentarsi del servizio.
“Be’, qualcuno deve pur farlo”, commentò Scala, senza  curarsi di celare un mezzo sorriso. “D’altra parte è un settore che non conoscerà mai crisi.”
“Puoi lasciarmi qui”, disse lui. “Sto a due passi.”
“Non ci penso nemmeno. Ti porto fino a casa. Dove abiti?”
“La prossima a destra. Sopra l’agenzia.”
“Ah... interessante.”
Spesi lo immaginava già nell’atto di raccontare quel  pittoresco aneddoto al prossimo cocktail party.
“E’ una casa grande, per viverci da solo.”
“Non sono solo.
“Ah no? Avevo capito ...
Un attimo di esitazione. “Ho un gatto”, spiegò lui.
Scala annuì, con la sua migliore aria di comprensione. Ora doveva  aver raggiunto il suo scopo. Poteva proprio  sentirsi baciato  in fronte dalla sorte. Si fermò quasi  davanti  alla sua  porta di casa. “Be’, mi ha fatto piacere  rivederti.  Se dovessi venire a Milano, fammi uno squillo.” Gli porse un biglietto  da visita. Lui esitò, ma lo prese. Non disse che  usciva  soltanto  per scarrozzare cadaveri e  fare  la  spesa. “Grazie del passaggio”, disse, aprendo e richiudendo lo sportello. L’auto tornò da dov’era venuta con un’inversione a U.
Lui si diresse alla porta zoppicando. Entrò in casa.  Mentre posava la borsa della spesa sul tavolo della cucina, Cleo gli s’infilò fra i piedi miagolando. “Adesso arriva la pappa.”
Aprì il cartone del latte e  riempì la scodella della gatta. Accese la tivù: una madre e una figlia si sbranavano aizzate  da un’abile conduttrice di talk show. Svuotò  la  borsa della spesa, mise a cuocere un blocchetto di linguine  surgelate, diede un’occhiata alle bollette e ai depliant che aveva ritirato  dalla buca quella mattina. Cenò, coccolò la  gatta, si cucì un bottone, cambiò una lampadina. La solita routine.
Prima di andare a dormire, scese nel seminterrato per dare un’occhiata  ai suoi ospiti, come sempre. La  sua  assistente aveva fatto un ottimo lavoro con il trucco. L’anziana signora nell’elegante  bara di mogano e la ragazza bionda nella  semplice cassa pagata dal comune sembravano quasi  addormentate. Si accostò alla salma della ragazza. Era vestita con un abito bianco.  Aveva un viso pulito e dolce da ragazzina,  che  gli ricordava  un po’ Lara.  Sua sorella era poco più  grande  di lei, quand’era morta.
“Katya,  Katya... i tuoi sogni ti hanno uccisa”,  sospirò. “Non avevi nessuno, qui. Avresti dovuto restare a casa tua.”
Improvvisamente gli parve ingiusto consegnarla  all’eterno riposo in quella bara da quattro soldi. Passò in rassegna con la mente le bare esposte nell’altra sala. Ce n’era una  bianca, con le maniglie d’ottone e le imbottiture di raso. Ci  avrebbe rimesso, ma si sarebbe sentito a posto con la coscienza. Andò a prenderla e l’accostò alla cassa della ragazza. Si chinò  sulla  salma, passandole un braccio sotto  le  spalle. Stava per infilare l’altro sotto le gambe, quando si  bloccò, come se un flash gli fosse esploso davanti agli occhi.
Voci,  urla, risate, grossi pneumatici che sterzavano  nel fango.
Lasciò ricadere il cadavere. Le immagini e i suoni  svanirono  bruscamente  come erano apparsi. Chiuse gli  occhi,  li riaprì sulla salma diafana immobile nella bara.
“No, bambina”, mormorò. “Mi stai giocando un brutto tiro.”
Era  per evitare quel tipo di inconvenienti che aveva  rinunciato  alla compagnia dei vivi. Non gli  piaceva  sfiorare una  donna e vederla come sarebbe stata dieci anni dopo,  distesa  su  un  letto, divorata dal cancro.  Non  gli  piaceva stringere la mano di un uomo e sapere che da lì a pochi  mesi sarebbe stato investito da un’auto. I morti in genere non riservavano brutte sorprese. Le poche visioni che gli  capitava di avere riguardavano il passato. Brevi balenii di odori, sapori, parole, visi, colori che indugiavano dolcemente,  prima di perdersi nell’oblio. A volte un rapido squarcio. Una finestra  aperta sugli ultimi, fragili istanti  di  un’esistenza. Pochi secondi. Ma questo era diverso. Aveva la forza, la  precisione, l’intensità delle visioni evocate dai vivi.
Esitò. Respirò a fondo e allungò nuovamente la mano  verso la  ragazza. Le sfiorò la spalla. Di nuovo il flash, come  un televisore che si accende da solo nella notte.
Il fuoristrada. Una baracca in campagna. La ragazza gettata a terra. Il branco che attacca. Le urla disperate. La mano sulla  bocca. Mani diverse. Incitamenti. Un rolex d’oro.  Una croce che pende da una catenina. Fumo. Mozziconi e  bottiglie di  birra gettati in un angolo. Le dita attorno al collo.  Il respiro che manca. I volti. Quei volti.
Si  staccò bruscamente. Qualche secondo  per  riprendersi. Respirò ancora a fondo e riprovò a sollevare la salma. Questa volta non ci furono interferenze. L’adagiò nella bara bianca, le sistemò i capelli e il vestito. Risalì al piano superiore. Raccolse la scodella vuota della gatta, la sciacquò e la  ritirò.  Andò al telefono. Guardò l’orologio. Era tardi.  Cercò il numero di casa del capitano Melis. Era il solo sbirro  che gli  avesse mostrato un po’ di comprensione, ai  tempi  della vicenda  del bambino rapito. Compose il numero e attese.  Rispose una donna. Lui si fece passare il marito.
“Sì?”
“Capitano,  sono Spesi, dell’agenzia di pompe funebri.  La chiamo per l’omicidio della ragazza russa.”
“Spesi...”  cominciò il capitano, in tono  d’infinita  pazienza. 
“Controlli   le   ruote  del  fuoristrada   dei   fratelli Ginestra”, lo interruppe lui. “Controlli anche la baracca del taglialegna  nella pineta. Ci sono bottiglie e  mozziconi  da analizzare. Sono coinvolti anche il figlio del sindaco e  almeno altri tre ragazzi della compagnia.”
“Sta lanciando delle accuse molto serie.”
“Controlli”, ripetè lui.
Un attimo di silenzio. “Proverò anche questa. Non  abbiamo nessuna pista concreta. Sappiamo solo che c’è di mezzo più di una persona.”
Lui ebbe l’impressione di rivederli con la mente. “Attaccano in branco, per sentirsi forti”, commentò, in tono  piatto.  Da soli non sarebbero stati niente. E da soli  avrebbero dovuto affrontare le conseguenze delle loro azioni.
“Posso chiederle come mai ha deciso di chiamarmi?”
“Non ho potuto evitarlo.” Riagganciò. Spense il  televisore,  salì al piano superiore, si preparò per la notte,  entrò in camera da letto. Lei era seduta sulla sua poltrona  preferita.  Gli sorrise. C’era qualcosa di evanescente e  tuttavia di stranamente concreto, nel suo aspetto. I lisci capelli castani  le  accarezzavano la schiena e le  braccia.  Indossava l’abito  lungo color salmone che portava il giorno della  sua morte. “Dovresti togliere l’elettricità, quando cambi le lampadine”, lo rimproverò.
Lui  sorrise,  ironicamente. Tornò serio. “Perché  mi  hai fatto vedere quelle cose?” domandò.
“Perché lei lo voleva. Voleva che qualcuno sapesse.”
A  volte  pensava che la sua vita sarebbe  stata  normale, senza  di lei. Ma, in fondo, era lei che dava un  senso  alla sua vita, al trascinarsi di giorni sempre uguali. Lei, lì  ad aspettarlo.  Sempre sorridente, come quando era bambina.  Era stato  lui a chiederle di restare. In qualche modo, le  aveva impedito di raggiungere la luce. Si era fermata a metà  strada.  Un ponte fra il suo mondo e l’altro. E quello era  stato il suo dono. O la sua condanna. Uno scotto da pagare, in cambio della sua presenza.
Il potere della visione.  Era  cominciato  con  quel  ragazzo, il  suo  assassino.  Lo  ricordava nell’atto  di afferrarlo per il braccio supplicando  perdono. In quell’istante aveva visto il futuro dell’uomo che gli aveva  rovinato la vita. L’aveva visto penzolare,  impiccato  al lenzuolo. Curiosamente, aveva provato pietà.
Mentre  ripiegava i pantaloni, il biglietto da  visita  di Scala  cadde sul pavimento. Lo raccolse e lo strappò in  due. Entro  breve sarebbe stato obsoleto.  Dirglielo  non  sarebbe servito a niente, e  poi perché rovinargli la sorpresa? D’altra parte, cosa avrebbe dovuto dirgli? Non scarrozzare in giro le tue amichette quando sei strafatto? Gli sarebbe costato la  Volvo, il matrimonio, la casa, quel poco di rispetto  dei figli  che ancora gli restava, la carriera politica  e  altro ancora, ma nessuno avrebbe riportato danni fisici permanenti. L’aveva  saputo nel momento preciso in cui gli aveva  stretto la mano, dietro l’edicola.
“A volte si è più soli fra i vivi che fra i morti. Ci  hai mai pensato?” Un sorriso tenue, e la figuretta svanì.
Lui  indugiò per qualche secondo, poi s’infilò nel  letto.  “Buonanotte, bambina”, mormorò.
Puntò  la sveglia, spense la luce, si coricò e chiuse  gli occhi.  Qualcosa  di lieve, quasi un sospiro, gli  sfiorò  la guancia. La voce di lei gli sussurrò all’orecchio: “Buonanotte, tesoro mio.” Poi fu un concerto di suoni attutiti, un vago  ronzio, voci che aveva imparato a distinguere  nel  corso degli anni, alcune ridenti, altre materne, amichevoli, soavi. Voci di un altro mondo. Buonanotte, dicevano. Buonanotte, tesoro. Buonanotte, buonanotte, buonanotte...