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Segnalato al Premio Lovecraft per la Letteratura Fantastica 1998
 


Contrappasso

Il giovane è davvero carino: biondo, con un'aria da bravo ragazzo della porta accanto e un sorriso timido. Potrebbe essere uno studente di medicina: c'è un ospedale qui vicino. Ho l'impressione di piacergli. Ci siamo incontrati altre volte, sempre qui, nella sala consultazione periodici della biblioteca. Lui prende riviste scientifiche, io rotocalchi e settimanali d'attualità. Ogni tanto lui alza lo sguardo dall'articolo che sta leggendo per lanciarmi un'occhiatina di straforo. Non ci siamo mai parlati. Forse dovrei incoraggiarlo di più. Dovrei sorridergli, qualche volta, invece di far finta di non notarlo. Ma è più forte di me. Sono sempre stata timida, è il mio carattere. E poi una ragazza sola, al giorno d'oggi, deve stare attenta. Proprio adesso leggevo dello Strangolatore, il serial killer che sta terrorizzando la città da più di un mese. Gli esperti dicono che dev'essere un insospettabile, una persona apparentemente perbene, visto che riesce a ispirare tanta fiducia da farsi aprire la porta di casa dalle vittime. E quante volte si sente dire "era un tipo tranquillo, un bravo ragazzo..." di qualcuno che ha appena massacrato a colpi d'accetta la famiglia. Fidarsi è bene e non fidarsi è meglio, come diceva la mia povera mamma.
Il biondino si alza. Osservo i suoi movimenti con la coda dell'occhio. Sembra proprio che stia venendo verso di me.
"Scusa..."
Alzo lo sguardo, fingendo lieve sorpresa.
"Hai una biro da prestarmi? Ho dimenticato la mia a casa."
Buona scusa.
"Certo." Frugo nella borsa e tiro fuori la biro.
"Grazie, mi hai salvato."
Il biondino torna al suo posto.
Per un po' ci concentriamo sulle nostre letture. Le tre arrivano in un baleno. Devo andare ad aprire il negozio. Quando mi alzo, il biondino accenna a restituirmi la biro.
"Puoi tenerla", dico. "Non vale molto, ed è quasi agli sgoccioli."
"Te la restituisco domani", fa lui. "Se ci sei, naturalmente", aggiunge in fretta, come se temesse di essersi tradito.
"Sì, mi troverai più o meno a quest'ora."
"Perfetto. Ah, a proposito, io mi chiamo Alex."
"Eva. A domani, allora."
"A domani."
Mi congedo con un sorriso. A volte bisogna concedere un po' di fiducia al prossimo. Come dice il dottor Trebbiani, non posso stare chiusa nel mio bozzolo per tutta la vita. Soprattutto se si considera che la mia vita è così noiosa... Credo che se domani Alex vorrà farsi avanti, io non mi tirerò indietro, a meno di un attacco di panico improvviso. Anzi, spero proprio che si faccia avanti. E' davvero troppo tempo che non esco con un ragazzo. Ho ventisei anni e la vita sociale di un'ottantenne. Sempre sola, in quella triste casa vuota. Eppure sono carina. Alex non è stato il primo a interessarsi a me. Secondo il dottor Trebbiani ho solo difficoltà a relazionarmi con gli altri. Dice che non ho ancora superato del tutto quello che è successo nove anni fa. Credo che abbia ragione. Mi piace, il dottor Trebbiani. Vorrei che non fosse sposato. Di lui mi fido ciecamente. Comunque non credo che gli parlerò di Alex, alla seduta di stasera. Voglio prima vedere come si mettono le cose. Magari gliene parlerò la settimana prossima. Sì, se tutto va bene gliene parlerò la settimana prossima.

* * *

E' stata una settimana stupenda. Alex è davvero come sembra: carino in tutti i sensi. E riesce sempre a cogliermi di sorpresa. Ad esempio, mi ha regalato una biro nuova, invece di restituirmi quella vecchia che gli avevo imprestato. E' bastato quel gesto per sciogliere il ghiaccio. Quello stesso giorno siamo andati a bere qualcosa al bar e poi a fare una passeggiata. Il giorno dopo siamo andati al cinema, e stasera all'acquario. Mi trovo davvero bene con lui.
"Avevo immaginato che fossi uno studente di medicina dal primo giorno che ti ho notato", gli confesso.
"Specializzando", mi corregge lui. "E per curiosità, da quand'è che mi hai notato?"
"Be', da quando mi hai chiesto la biro", rispondo, con aria innocente.
"Non ti credo affatto."
Siamo arrivati davanti al negozio. Tiro fuori le chiavi.
"Come ti è venuto in mente di aprire un negozio di surgelati?" domanda lui, ammirando la vetrina.
"L'ho ereditato dai miei genitori. Sono morti nove anni fa."
"Davvero? Mi dispiace. Posso chiederti com'è successo?"
"Un incidente. E' morta anche mia sorella."
"Ma è terribile."
"Già."
Apro la porta accanto al negozio e saliamo nel mio appartamento, al primo piano. Alex è curioso di vedere dove vivo, è del parere che una casa riveli tutto su chi la abita. Comunque avevo già deciso di invitarlo. Sento che posso fidarmi di lui. Sto uscendo dal bozzolo. Il dottor Trebbiani sarebbe orgoglioso di me.
"Posso offrirti un caffè?"
"Grazie."
Alex si guarda attorno. "E' la tua famiglia?" domanda, osservando le foto sugli scaffali.
"Sì, quella più grande sono io, l'altra è mia sorella."
Sistemo dei biscotti sul vassoio e glieli porto. Lui ne assaggia uno.
"Bella casa. Quella porta conduce al negozio?"
"Sì, è molto comoda. Una rampa di scale e sono sul posto di lavoro."
"Beata te."
Chiacchieriamo ancora del più e del meno, poi vado a controllare il caffè. "Come lo vuoi?"domando.
"Senza zucchero", risponde lui.
C'è qualcosa di strano nella sua risposta, come una nota stonata. E' troppo fredda e troppo vicina.
Non faccio in tempo a voltarmi, che qualcosa scende dall'alto per stringermi il collo come un cappio. Cerco di urlare, ma emetto solo un gorgoglìo incoerente. Il corpo di lui mi preme contro la schiena, inchiodandomi ai fornelli. Mi rendo conto che la mia mano destra regge il manico della caffettiera. La sollevo di scatto, brandendola alla cieca. Dall'urlo e dall'allentarsi della pressione alla gola, capisco di averlo colpito. Il collant scivola via. Mi volto, tossendo e massaggiandomi il collo con la mano. Alex o come si chiama sta ancora gemendo, gli occhi rossi e gonfi per le ustioni.
"Non ci vedo più, cagna maledetta!"
Provo un senso di esaltazione. E' nelle mie mani. Spalanco la credenza e tiro fuori una pila di confezioni di sacchetti per freezer. Individuo subito la misura giusta: è l'occhio del mestiere. Lui si sta riprendendo. "Non credere di riuscire a scappare." Si lancia verso di me come un toro orbo e impazzito. Afferro la bottiglia dell'acqua minerale e gliela rompo in testa. Quando cade contro l'acquaio, stordito, lo incappuccio con il sacchetto salvafreschezza. Lui si dibatte debolmente. Stringo più forte. Vedo la plastica trasparente appannarsi e aderirgli al viso. Dopo qualche secondo, si affloscia. Gli è rimasta la bocca aperta in una smorfia.
"Piacere, signor Strangolatore", dico, respirando affannosamente. Resto accovacciata accanto a lui per qualche minuto, per riprendere fiato, poi mi alzo, m'infilo sotto il braccio la confezione di sacchetti di plastica, afferro il cadavere per i polsi e lo trascino verso la porta che conduce al negozio. La testa e i piedi sbattono ritmicamente sui gradini di legno.
Tud, tud, tud. E' una fortuna che in questa casa ci abiti soltanto io. Trascino il corpo attraverso le file di refrigeratori illuminati, fino alla porta che conduce allo scantinato. Ancora una rampa di scale. Tud, tud, tud.Ecco il grande congelatore in cui i miei poveri genitori tenevano le scorte. Apro lo sportello e dò un'occhiata dentro. Sì, c'è abbastanza spazio. Tra i pezzi di carne surgelataemerge una faccia coperta da una patina di ghiaccio. Si è conservata bene. La bocca è spalancata in un urlo silenzioso, sotto il velo trasparente del sacchetto salvafreschezza. E' un peccato, perché era davvero un ragazzo carino. Sposto i blocchetti di carne e nascondo la testa più a fondo, accanto all'altra. Mi chiedo se non sia il caso di sotterrarle o distruggerle in qualche modo. Una testa è molto più riconoscibile di un pezzo di braccio o di gamba. Be', ci penserò. Peccato che non mi sia venuta l'idea del congelatore nove anni fa. Ma se mi fosse venuta, forse non sarei stata arrestata, non sarei entrata in clinica e non avrei conosciuto il dottor Trebbiani. Ha fatto un lavoro meraviglioso con me. Adesso almeno so perché ho fatto quello che ho fatto: ho ucciso mio padre perché non lo sopportavo, mia madre perché si è messa in mezzo e mia sorella.... Be', questo ancora non mi è molto chiaro. Forse l'ho uccisa perché le dovevo due genitori e non mi piaceva l'idea di dovere qualcosa a qualcuno. Quanto a questi due tizi nel congelatore, e quest'altro sul pavimento, non volevo ucciderli. Sul serio. Avevo ottime intenzioni. Sono stati loro che mi hanno costretta. Gli uomini sono tutti uguali: prima fanno tanto i carini e poi... insomma, nella migliore delle ipotesi diventano terribilmente noiosi, nella peggiore cercano addirittura di strangolarti. E' molto deludente. Apro la dispensa accanto al congelatore e tiro fuori un grembiule plastificato e un'accetta da macellaio. Be', non credo che ne parlerò con il dottor Trebbiani. Ho fatto bene ad aspettare: non si sa mai come vanno a finire, queste cose. Il dottore è così orgoglioso dei miei progressi... e quando sorride è così carino! Penso che ci rimarrebbe male, se conoscesse questo mio piccolo segreto. E io non vorrei mai, mai, dargli una delusione.