Il giovane è davvero carino: biondo, con un'aria da
bravo ragazzo della porta accanto e un sorriso timido. Potrebbe
essere uno studente di medicina: c'è un ospedale qui vicino. Ho
l'impressione di piacergli. Ci siamo incontrati altre volte, sempre
qui, nella sala consultazione periodici della biblioteca. Lui prende
riviste scientifiche, io rotocalchi e settimanali d'attualità. Ogni
tanto lui alza lo sguardo dall'articolo che sta leggendo per
lanciarmi un'occhiatina di straforo. Non ci siamo mai parlati. Forse
dovrei incoraggiarlo di più. Dovrei sorridergli, qualche volta,
invece di far finta di non notarlo. Ma è più forte di me. Sono
sempre stata timida, è il mio carattere. E poi una ragazza sola, al
giorno d'oggi, deve stare attenta. Proprio adesso leggevo dello
Strangolatore, il serial killer che sta terrorizzando la città da
più di un mese. Gli esperti dicono che dev'essere un insospettabile,
una persona apparentemente perbene, visto che riesce a ispirare
tanta fiducia da farsi aprire la porta di casa dalle vittime. E
quante volte si sente dire "era un tipo tranquillo, un bravo
ragazzo..." di qualcuno che ha appena massacrato a colpi d'accetta
la famiglia. Fidarsi è bene e non fidarsi è meglio, come diceva la
mia povera mamma.
Il biondino si alza. Osservo i suoi movimenti con la coda
dell'occhio. Sembra proprio che stia venendo verso di me.
"Scusa..."
Alzo lo sguardo, fingendo lieve sorpresa.
"Hai una biro da prestarmi? Ho dimenticato la mia a casa."
Buona scusa.
"Certo." Frugo nella borsa e tiro fuori la biro.
"Grazie, mi hai salvato."
Il biondino torna al suo posto.
Per un po' ci concentriamo sulle nostre letture. Le tre arrivano in
un baleno. Devo andare ad aprire il negozio. Quando mi alzo, il
biondino accenna a restituirmi la biro.
"Puoi tenerla", dico. "Non vale molto, ed è quasi agli sgoccioli."
"Te la restituisco domani", fa lui. "Se ci sei, naturalmente",
aggiunge in fretta, come se temesse di essersi tradito.
"Sì, mi troverai più o meno a quest'ora."
"Perfetto. Ah, a proposito, io mi chiamo Alex."
"Eva. A domani, allora."
"A domani."
Mi congedo con un sorriso. A volte bisogna concedere un po' di
fiducia al prossimo. Come dice il dottor Trebbiani, non posso stare
chiusa nel mio bozzolo per tutta la vita. Soprattutto se si
considera che la mia vita è così noiosa... Credo che se domani Alex
vorrà farsi avanti, io non mi tirerò indietro, a meno di un attacco
di panico improvviso. Anzi, spero proprio che si faccia avanti. E'
davvero troppo tempo che non esco con un ragazzo. Ho ventisei anni e
la vita sociale di un'ottantenne. Sempre sola, in quella triste casa
vuota. Eppure sono carina. Alex non è stato il primo a interessarsi
a me. Secondo il dottor Trebbiani ho solo difficoltà a relazionarmi
con gli altri. Dice che non ho ancora superato del tutto quello che
è successo nove anni fa. Credo che abbia ragione. Mi piace, il
dottor Trebbiani. Vorrei che non fosse sposato. Di lui mi fido
ciecamente. Comunque non credo che gli parlerò di Alex, alla seduta
di stasera. Voglio prima vedere come si mettono le cose. Magari
gliene parlerò la settimana prossima. Sì, se tutto va bene gliene
parlerò la settimana prossima.
* * *
E' stata una settimana stupenda. Alex è davvero come
sembra: carino in tutti i sensi. E riesce sempre a cogliermi di
sorpresa. Ad esempio, mi ha regalato una biro nuova, invece di
restituirmi quella vecchia che gli avevo imprestato. E' bastato quel
gesto per sciogliere il ghiaccio. Quello stesso giorno siamo andati
a bere qualcosa al bar e poi a fare una passeggiata. Il giorno dopo
siamo andati al cinema, e stasera all'acquario. Mi trovo davvero
bene con lui.
"Avevo immaginato che fossi uno studente di medicina dal primo
giorno che ti ho notato", gli confesso.
"Specializzando", mi corregge lui. "E per curiosità, da quand'è che
mi hai notato?"
"Be', da quando mi hai chiesto la biro", rispondo, con aria
innocente.
"Non ti credo affatto."
Siamo arrivati davanti al negozio. Tiro fuori le chiavi.
"Come ti è venuto in mente di aprire un negozio di surgelati?"
domanda lui, ammirando la vetrina.
"L'ho ereditato dai miei genitori. Sono morti nove anni fa."
"Davvero? Mi dispiace. Posso chiederti com'è successo?"
"Un incidente. E' morta anche mia sorella."
"Ma è terribile."
"Già."
Apro la porta accanto al negozio e saliamo nel mio appartamento, al
primo piano. Alex è curioso di vedere dove vivo, è del parere che
una casa riveli tutto su chi la abita. Comunque avevo già deciso di
invitarlo. Sento che posso fidarmi di lui. Sto uscendo dal bozzolo.
Il dottor Trebbiani sarebbe orgoglioso di me.
"Posso offrirti un caffè?"
"Grazie."
Alex si guarda attorno. "E' la tua famiglia?" domanda, osservando le
foto sugli scaffali.
"Sì, quella più grande sono io, l'altra è mia sorella."
Sistemo dei biscotti sul vassoio e glieli porto. Lui ne assaggia
uno.
"Bella casa. Quella porta conduce al negozio?"
"Sì, è molto comoda. Una rampa di scale e sono sul posto di lavoro."
"Beata te."
Chiacchieriamo ancora del più e del meno, poi vado a controllare il
caffè. "Come lo vuoi?"domando.
"Senza zucchero", risponde lui.
C'è qualcosa di strano nella sua risposta, come una nota stonata. E'
troppo fredda e troppo vicina.
Non faccio in tempo a voltarmi, che qualcosa scende dall'alto per
stringermi il collo come un cappio. Cerco di urlare, ma emetto solo
un gorgoglìo incoerente. Il corpo di lui mi preme contro la schiena,
inchiodandomi ai fornelli. Mi rendo conto che la mia mano destra
regge il manico della caffettiera. La sollevo di scatto, brandendola
alla cieca. Dall'urlo e dall'allentarsi della pressione alla gola,
capisco di averlo colpito. Il collant scivola via. Mi volto,
tossendo e massaggiandomi il collo con la mano. Alex o come si
chiama sta ancora gemendo, gli occhi rossi e gonfi per le ustioni.
"Non ci vedo più, cagna maledetta!"
Provo un senso di esaltazione. E' nelle mie mani. Spalanco la
credenza e tiro fuori una pila di confezioni di sacchetti per
freezer. Individuo subito la misura giusta: è l'occhio del mestiere.
Lui si sta riprendendo. "Non credere di riuscire a scappare." Si
lancia verso di me come un toro orbo e impazzito. Afferro la
bottiglia dell'acqua minerale e gliela rompo in testa. Quando cade
contro l'acquaio, stordito, lo incappuccio con il sacchetto
salvafreschezza. Lui si dibatte debolmente. Stringo più forte. Vedo
la plastica trasparente appannarsi e aderirgli al viso. Dopo qualche
secondo, si affloscia. Gli è rimasta la bocca aperta in una smorfia.
"Piacere, signor Strangolatore", dico, respirando affannosamente.
Resto accovacciata accanto a lui per qualche minuto, per riprendere
fiato, poi mi alzo, m'infilo sotto il braccio la confezione di
sacchetti di plastica, afferro il cadavere per i polsi e lo trascino
verso la porta che conduce al negozio. La testa e i piedi sbattono
ritmicamente sui gradini di legno.
Tud, tud, tud. E' una fortuna che in questa casa ci abiti soltanto
io. Trascino il corpo attraverso le file di refrigeratori
illuminati, fino alla porta che conduce allo scantinato. Ancora una
rampa di scale. Tud, tud, tud.Ecco il grande congelatore in cui i
miei poveri genitori tenevano le scorte. Apro lo sportello e dò
un'occhiata dentro. Sì, c'è abbastanza spazio. Tra i pezzi di carne
surgelataemerge una faccia coperta da una patina di ghiaccio. Si è
conservata bene. La bocca è spalancata in un urlo silenzioso, sotto
il velo trasparente del sacchetto salvafreschezza. E' un peccato,
perché era davvero un ragazzo carino. Sposto i blocchetti di carne e
nascondo la testa più a fondo, accanto all'altra. Mi chiedo se non
sia il caso di sotterrarle o distruggerle in qualche modo. Una testa
è molto più riconoscibile di un pezzo di braccio o di gamba. Be', ci
penserò. Peccato che non mi sia venuta l'idea del congelatore nove
anni fa. Ma se mi fosse venuta, forse non sarei stata arrestata, non
sarei entrata in clinica e non avrei conosciuto il dottor Trebbiani.
Ha fatto un lavoro meraviglioso con me. Adesso almeno so perché ho
fatto quello che ho fatto: ho ucciso mio padre perché non lo
sopportavo, mia madre perché si è messa in mezzo e mia sorella....
Be', questo ancora non mi è molto chiaro. Forse l'ho uccisa perché
le dovevo due genitori e non mi piaceva l'idea di dovere qualcosa a
qualcuno. Quanto a questi due tizi nel congelatore, e quest'altro
sul pavimento, non volevo ucciderli. Sul serio. Avevo ottime
intenzioni. Sono stati loro che mi hanno costretta. Gli uomini sono
tutti uguali: prima fanno tanto i carini e poi... insomma, nella
migliore delle ipotesi diventano terribilmente noiosi, nella
peggiore cercano addirittura di strangolarti. E' molto deludente.
Apro la dispensa accanto al congelatore e tiro fuori un grembiule
plastificato e un'accetta da macellaio. Be', non credo che ne
parlerò con il dottor Trebbiani. Ho fatto bene ad aspettare: non si
sa mai come vanno a finire, queste cose. Il dottore è così
orgoglioso dei miei progressi... e quando sorride è così carino!
Penso che ci rimarrebbe male, se conoscesse questo mio piccolo
segreto. E io non vorrei mai, mai, dargli una delusione.