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Ricerche di Mercato Aveva messo la sveglia alle dieci e un quarto, come ogni mattina.
Avrebbe potuto alzarsi anche più tardi, ma non voleva perdersi
l'unico appuntamento fisso della giornata, il videoromanzo delle
10.30 trasmesso dal canale 8.
Non era sempre stato così. Fino a un paio di anni prima si era dato
da fare, davvero. Il suo nome era nella banca dati di almeno una
trentina di agenzie di collocamento. Aveva cominciato a cercare
lavoro una settimana dopo aver finito gli studi, pieno d'entusiasmo.
Si era sgonfiato a poco a poco, dopo una serie interminabile di
porte chiuse in faccia. Dopo il primo momento di panico, durato più
o meno un anno, aveva cominciato ad abituarsi all'idea. Gli
dispiaceva di non poter mettere a frutto le nozioni apprese nel
corso di una vita di studi ma, naturalmente, si rendeva conto che la
sua situazione era perfettamente naturale e rispettabile. C'erano
milioni di disoccupati, e non avrebbe potuto essere altrimenti. Non
c'erano abbastanza posti per tutti, soprattutto nei settori
dell'industria e dell'agricoltura, che avevano raggiunto un grado
quasi totale d'automazione. Lui si era laureato in legge, a dire il
vero, ma anche in quel campo le possibilità occupazionali erano
poche. Ogni anno, le università sfornavano migliaia di avvocati,
medici e professori destinati a essere tali soltanto di nome.
L'istruzione obbligatoria fino ai ventitré anni, introdotta come
manovra atta a favorire l'occupazione, aveva creato una massa di
disoccupati iperistruiti.
Ma, in fondo, la vita del disoccupato non era poi così male. Il
sussidio statale permetteva di vivere più che decorosamente, gli
appartamenti comunali erano piccoli ma provvisti almeno dei comfort
più elementari, come lo schermo visore, il computer, il
videotelefono con segreteria e il forno a microonde. A dire il vero,
ora che si era abituato all'idea, cominciava a chiedersi perché mai
avrebbe dovuto lavorare, se poteva farne a meno. Non era neanche del
tutto certo che sarebbe stato in grado di fare qualcosa che non
fosse studiare o divertirsi. D'altra parte, non aveva lavorato un
solo giorno in vita sua. E, più giorni passava senza fare niente,
più diventava pigro. Adesso poi che quasi tutti i lavori potevano
essere svolti in casa, con l'ausilio degli strumenti elettronici,
non c'era nemmeno più il vantaggio di un cambiamento d'aria. Non che
lui ne sentisse il bisogno. Anche all'università aveva seguito la
maggior parte delle lezioni via video. Di solito non usciva nemmeno
per fare la spesa, limitandosi a ordinare tutto per telefono o
computer. Ma, in fondo, solo un originale poteva prendersi la briga
di perdere tempo e caricarsi di pacchi e pacchettini, se poteva
farne a meno. Un bip bip prolungato lo avvertì che qualcuno lo stava
chiamando al videotelefono. La segreteria entrò in funzione.
"Pronto?"
"Buongiorno, chiamo dalla ditta Edifin", annunciò una voce maschile.
"Parlo con il signor Poidomani?"
"Che cosa desidera?"
"Vorrei proporle un'interessante opportunità d'investimento."
"Grazie, non m'interessa", rispose la segreteria, lasciando cadere
la linea.
L'aveva programmata perché passasse soltanto proposte di lavoro (per
non avere crisi di coscienza) e chiamate personali, escluse quelle
della sua ex, Linda. Da quando il suo nome era entrato ufficialmente
nelle liste dei disoccupati, veniva perseguitato da seccatori di
ogni tipo. Volevano tutti vendergli qualcosa o conoscere la sua
opinione su questo o su quello. Gli interessava un'aspirapolvere o
un'enciclopedia multimediale? Che ne pensava del nuovo scandalo in
cui era stato coinvolto il presidente? E il bianco più bianco del
detersivo Dax era molto, abbastanza, poco o per nulla bianco?
Probabilmente pensavano che non avesse niente di meglio da fare che
dar retta alle loro stupidaggini. Non che fossero molto lontani
dalla verità ma, proprio per questo, lui preferiva evitare di dar
loro soddisfazione.
Accese il televisore e saltò da un canale all'altro, sgranocchiando
dolcetti di riso soffiato, stravaccato sul divano. Ormai conosceva
gli orari dei programmi a memoria. Seguì con poco interesse una
rubrica di giardinaggio, finché il telefono non pretese ancora una
volta la sua attenzione. Bip bip.
"Pronto?" disse la segreteria telefonica.
"Fil?"
La segreteria riconobbe la voce all'istante e rispose come da
programma: "Linda, ti avevo pregato di non chiamare più."
"Fil", fece lei, furibonda, "stacca questo maledetto aggeggio, lo so
che ci sei."
"Buona giornata, Linda", concluse cortesemente la segreteria, prima
d'interrompere la comunicazione.
Le segreterie telefoniche intelligenti erano senz'altro la più
grande invenzione dopo i vestiti ingualcibili. Fil si sentì
sollevato. Ancora adesso, non riusciva a capire perché mai lui e
Linda si fossero messi insieme. Lui era troppo indolente per lei, e
lei era troppo dinamica e aggressiva per lui. Era una di quelle
fanatiche che facevano ancora ginnastica a corpo libero in vere
palestre, gomito a gomito con grassone sudaticce, anziché usare,
tranquillamente a casa, dei rassodatori muscolari automatici.
Inoltre era bruna, e a lui non erano mai piaciute le brune. L'unica
cosa che avevano in comune era la noia. La decisione migliore che
avesse preso era stata quella di lasciarla. Se solo Linda avesse
smesso di seccarlo con le sue assurde pretese... In fondo, lui non
si era mai impegnato veramente, nemmeno quando erano andati a vivere
insieme. Più che altro, si era lasciato trascinare dagli eventi. E
poi aveva avuto paura di deluderla. Non si sapeva mai come potevano
andare a finire le cose, quando si dava troppa confidenza a
qualcuno. C'erano decine e decine di associazioni a difesa
dell'uomo, della donna, del bambino, degli omosessuali, dei pesci
rossi pronte a saltarti al collo e a sbranarti per un nonnulla.
Bastava una parola sbagliata, per finire in galera.
Non sapeva dove avesse trovato il coraggio di mollare Linda.
Fortunatamente avevano convissuto meno dei sei mesi previsti dal
codice per la comunione dei beni, altrimenti, oltre ai danni morali,
quella furia scatenata sarebbe stata capace di portargli via la metà
di quel poco che aveva. Ecco che cosa succedeva quando un rapporto
scadeva dal piano formale a quello personale. Per quanto lo
riguardava, quei santoni che andavano in giro predicando il
superamento delle barriere tecnologiche e il ritorno alle relazioni
interpersonali erano solo dei poveri pazzi. No, con le donne lui
aveva chiuso. Mantenere le distanze, ecco qual era il segreto.
Niente denunce, niente malattie, niente problemi. Certo, sarebbe
piaciuto anche a lui incontrare l'anima gemella, una donna con cui
confidarsi e per cui non avere segreti, che non fosse noiosa, gelosa
o egoista, che lo capisse e fosse sempre presente al momento del
bisogno, ma che non si insinuasse in ogni angolo della sua
esistenza, impedendogli di vivere liberamente la sua vita. Ma una
persona del genere non poteva esistere. Prima o poi, entravano
sempre in gioco la società, la legge, i soldi, cose che non avevano
nulla a che fare con l'amore. Nessuno dei suoi conoscenti, compresi
i suoi genitori, aveva deciso di rinnovare il matrimonio dopo i
primi tre anni previsti dal contratto. Non esistevano relazioni
durature. Allora, visto come finivano, tanto valeva non cominciarle
affatto. Lui preferiva restare solo, piuttosto che rischiare
un'altra volta.
Bip, bip, fece il telefono.
"Pronto?" rispose la segreteria.
"Ciao, Fil, sono Melissa."
La segreteria indugiò, analizzando la voce. Fil fece lo stesso. Non
ricordava nessuna Melissa. Non aveva molte occasioni di incontrare
gente, ma a volte partecipava alle feste di qualche amico, per lo
più nel condominio. Forse aveva conosciuto quella ragazza al party
dell'interno 201, la settimana precedente. Era talmente sbronzo che,
dalle 22.00 alle nove del mattino aveva un vuoto totale di memoria.
Oppure si erano conosciuti navigando sulla rete, anche se in quel
caso restava da chiarire come si fosse procurata il suo numero di
telefono.
Nell'incertezza, la segreteria si affidò a lui: "Chiamata
personale", avvertì.
"Passamela", ordinò lui, senza alzarsi dal divano. "Pronto?"
"Ciao, Fil", lo salutò Melissa.
"Ciao", rispose lui, un po' imbarazzato. Doveva dirglielo o no che
non sapeva chi fosse? Forse con il procedere della conversazione
sarebbe emerso qualche indizio utile. O forse avrebbe fatto una
terribile figuraccia. No, era meglio essere sinceri. "Scusa, sai",
disse. "Ho qualche difficoltà a ricordarmi dove ci siamo
conosciuti."
"Oh, Fil, noi non ci conosciamo", disse lei, come se fosse la cosa
più naturale del mondo.
"Allora come fai a sapere il mio nome e il mio numero?" domandò lui,
perplesso.
"E' il nostro nuovo metodo di approccio personalizzato, Fil."
"Metodo di approccio? Si può sapere chi sei?" fece lui,
insospettito.
"Sono Melissa, la tua intervistatrice personale. Chiamo dalla
Comcons."
La Comcons, rifletté lui. Era un istituto che si occupava di
ricerche di mercato o simili. Li aveva mandati al diavolo
un'infinità di volte. Fu tentato di farlo ancora, ma qualcosa lo
trattenne. Doveva ammettere che quella ragazza aveva una splendida
voce. Certo, era indispensabile con il lavoro che faceva, ma la sua
non era soltanto una voce ben impostata, priva di accenti
sgradevoli. Aveva qualcosa di particolare. Era calda, morbida,
sensuale ma stranamente rassicurante. Avrebbe potuto essere la voce
di una madre o di un'amante.
"Che cosa significa 'intervistatrice personale'?" domandò
incuriosito.
"Significa che, se ti troverai bene con me, e se accetterai di
essere contattato in futuro per altre indagini, sarò sempre io a
chiamarti. E' la nostra politica: più gli intervistati si sentono a
loro agio, più sono disponibili a collaborare."
"Capisco."
Fil provò il desiderio di vedere il corpo a cui apparteneva la voce.
"Immagine", ordinò.
Il telefono emise un gemito elettronico. Sullo schermo si accesero a
intermittenza le parole IMMAGINE PROTETTA. "Impossibile eseguire",
lo informò il telefono.
"Le immagini sono criptate, per tutelare la reciproca riservatezza",
lo avvertì Melissa.
"Vuoi dire che, se ti trasmettessi la mia immagine, non la
riceveresti?"
"No. Serve a garantire l'anonimato delle interviste."
"Sei sicura di non avere da qualche parte un comando di sprotezione?"
"Ce l'ho, ma non sono autorizzata a usarlo."
"Avanti, tu sai il mio nome e il numero di telefono. Io non so nulla
di te. Non credi che mi sentirei più a mio agio vedendoti in
faccia?" disse Fil, in tono scherzoso.
Melissa rise, brevemente. "Un numero di telefono e un nome non
significano niente. Potresti essere un maniaco, per quanto ne so. E
poi non voglio finire nei guai."
Fil sospirò, teatralmente. "Okay, fammi pure le tue domande. Ma ti
avverto, non ho intenzione di arredendermi."
"Come vuoi. Questa indagine riguarda i consumatori di caffé. Tu bevi
caffé?"
"Sicuro", rispose lui, anche se era dai tempi dell'università che
non ne sentiva nemmeno l'odore.
"Qual è la prima marca di caffé che ti viene in mente?"
"Rumba."
"Bevi caffé sintetico o naturale?"
"E chi può permettersi un caffé naturale?"
"Come ti piace il caffé? Intenso o leggero? Dolce o amaro?"
"Intenso e dolce, come te."
"Quanto sei sciocco", lo rimproverò lei, bonariamente.
"Avanti, perché non mi dici almeno come sei?"
"Non ti conosco abbastanza."
"Mi conosci più di quanto non ti conosca io. Ad esempio, sai come mi
piace il caffé. Tu come lo bevi?"
"Sono io che faccio le domande. Sono le regole."
"Eddài", la esortò lui, in tono enfaticamente supplichevole.
Melissa esitò qualche secondo. "Dolce... e macchiato", rispose.
Lui si sentì ottimista. Quella distrazione era capitata proprio al
momento giusto. Aveva bisogno di flirtare un po', senza correre
troppi rischi. Per combattere la noia, e per mettere una pietra
sopra la storia con Linda. Se poi quella ragazza fosse stata
attraente soltanto la metà di quanto lo era la sua voce, ne sarebbe
valsa senz'altro la pena.
Il ruolo dell'intervistato si era rivelato più impegnativo del
previsto. Quasi senza accorgersene, Fil si era trovato a fare uso di
prodotti che non aveva mai consumato prima, al solo scopo di
rispondere con la maggior competenza possibile alle domande della
sua intervistatrice personale. Melissa lo chiamava almeno una volta
alla settimana. Lui si era reso conto di attendere con ansia
crescente il momento in cui avrebbe sentito ancora la sua voce. Si
era perfino lasciato convincere a fare da cavia per una serie di
test su prodotti che, con un po' di fortuna, non sarebbero mai
usciti sul mercato. Per poco non era rimasto fulminato da un
miniaspirapolvere difettoso; aveva dovuto subire gli effetti
collaterali di un nuovo rilassante muscolare, fra cui formicolii e
pruriti fastidiosissimi; infine, era stato costretto a ingurgitare,
per una decina di giorni, vari formati di una pasta sintetica
collosissima. Ogni tanto arrivava un fattorino della Comcons, a
consegnargli pacchi di prodotti da testare. Ne aveva una bella
collezione, accatastata contro il muro del tinello.
Melissa era sempre molto professionale, non perdeva mai di vista
l'obiettivo, eppure riusciva sempre a dare sapore ai loro
appuntamenti telefonici. Sapeva come farlo sentire al centro
dell'attenzione: rideva alle sue battute, ascoltava le sue
confessioni e a volte gli dava perfino dei consigli, come una vera
amica. Sembrava che avesse sempre la risposta giusta. Senza nemmeno
rendersene conto, Fil le aveva aperto il suo cuore. Le aveva parlato
dei suoi studi, delle sue ambizioni frustrate, del suo noioso tran
tran quotidiano, delle ragazze che aveva avuto, dei suoi genitori,
di quello che gli piaceva e non gli piaceva. Gli veniva naturale.
Melissa sembrava capirlo come nessun'altra donna in vita sua. Le
poche volte in cui lei aveva accennato a qualcun altro dei suoi
intervistati, lui si era sentito a disagio, come per un'indebita
intromissione di un estraneo nella sua privacy. Ovviamente, sapeva
che Melissa contattava decine, forse centinaia di altre persone, per
il suo lavoro, ma gli piaceva pensare che quel legame speciale
l'avesse instaurato solo con lui. Melissa era riservata sul proprio
conto, come imponevano le regole, ma la sua risolutezza non era
molto forte. Il modo in cui prendeva il caffé era stato soltanto il
primo di una lunga serie di particolari sulla sua vita privata che
lui era riuscito a estorcerle a tradimento, fra una domanda e
l'altra. Il quadro che emergeva da questo insieme di dettagli gli
piaceva moltissimo. Sembrava un misto delle migliori qualità delle
sue ex-ragazze, senza nulla di negativo. Melissa era dolce, seria,
tranquilla. Inoltre aveva i suoi stessi gusti in fatto di
letteratura, musica, televisione, cucina. Avrebbe potuto essere la
sua donna ideale. Certe notti la sognava. Nei suoi sogni era
incredibilmente bella. Qualche volta aveva i capelli color castano
chiaro, altre volte biondi o rossi, e gli occhi color del mare. Il
fatto di non poterla vedere in viso gli pesava sempre di più. Ma
forse era quel tocco di mistero che lo appassionava tanto.
Probabilmente, se l'avesse vista, avrebbe perso ogni interesse.
"Adesso mi conosci abbastanza?" le chiese, un giorno.
"In che senso?" disse lei.
"Mi conosci abbastanza per attivare quel comando di sprotezione?"
Ci fu un attimo di silenzio, mentre Melissa considerava la proposta.
"Facciamo così", disse lui. "Io ti mando la mia immagine per primo.
Ci stai? Dimmi quando sei pronta a riceverla."
"Va bene", cedette lei.
E' fatta, pensò lui. Non era un bellone, ma la sua faccia carina e
simpatica, da bravo ragazzo, aveva fallito raramente.
"Trasmetti immagine", ordinò al telefono.
Ci fu un altro silenzio, e dopo un po' Fil cominciò a sentirsi a
disagio.
Sei ancora lì? stava per chiedere, ma proprio in quell'istante
apparve un viso sullo schermo del videotelefono. Era dolce, diafano,
sorridente, incorniciato da un caschetto color rame. Gli occhi erano
di un limpido verde chiaro. Per un attimo, Fil smise di respirare.
Era proprio così che l'aveva vista, in uno dei suoi sogni.
"Proiezione", ordinò.
L'immagine tridimensionale apparve nel centro del salotto. Era lei,
seduta con le gambe accavallate, perfetta nel serio abito da lavoro
di cui sullo schermo s'intravedevano soltanto il colletto e le
spalle. Risultava appena un po' evanescente, ma molto realistica.
Fil spostò la sedia e le si sedette di fronte. Era quasi come essere
davvero con lei.
"Facciamo finta di essere seduti a un tavolo, in un locale",
propose.
Melissa rise. "Oh no, che sciocchezza."
"Tu che cosa prendi? Un caffé macchiato?"
"Molto dolce", aggiunse lei, in tono divertito.
Risero entrambi. "Non sarebbe bello se ci potessimo incontrare
davvero?" fece lui.
Si stupì di se stesso. Si trattava di correre un rischio, e l'idea
lo spaventava un po'. Non era del tutto sicuro che non si sarebbe
tirato indietro all'ultimo momento, ma, dopotutto, se non rischiava
con lei, con chi altra avrebbe potuto farlo? Non sarebbe stato come
incontrare un'estranea. Sentiva di potersi fidare. Era come se
Melissa fosse stata la sua compagna per tutta la vita, ancora prima
che si conoscessero.
"Mi piacerebbe, Fil, ma è contro i regolamenti", disse Melissa.
"Dai, non parlarmi di regolamenti. Si può fare qualunque cosa, se
davvero lo si vuole."
"Devo terminare la mia intervista, Fil. Rimettiamoci al lavoro."
"Ci penserai?"
Ci fu un'esitazione. "Ci penserò", promise Melissa.
Fil sorrise. Ci siamo, si disse. Non dubitò per un istante che
Melissa potesse dirgli di no. Per lui, ormai, si trattava soltanto
di scegliere il ristorante.
La settimana successiva, Melissa non chiamò. Fil ne fu deluso, ma
non si preoccupò. Era già capitato altre volte che non l'avesse
contattato perché non c'era "field", come diceva lei, ovvero non
c'erano sondaggi in corso. La seconda settimana cominciò a
innervosirsi. Si chiese se per caso Melissa non avesse domandato di
essere assegnata a qualcun altro per evitare coinvolgimenti, oppure,
peggio ancora, se non fosse stata rimossa a forza, a causa delle
infrazioni al regolamento che lui l'aveva indotta a commettere.
Lasciò passare ancora una settimana, prima di chiamare la Comcons.
Avrebbe voluto evitare di scoprirsi così tanto. Preferiva lasciar
credere alle ragazze di non essere eccessivamente interessato,
perché non si facessero delle idee. Però era preoccupato, e inoltre
sentiva la sua mancanza.
"Comcons, buongiorno", lo salutò con voce suadente una bionda con i
capelli attorcigliati in mille arzigogoli attorno al viso
perfettamente truccato.
"Buongiorno, potrei parlare con una delle vostre intervistatrici? Si
chiama Melissa, non conosco il cognome."
"Spiacente, non posso passare telefonate personali."
"Oh, non è personale. Sono uno dei suoi intervistati. Ho bisogno di
mettermi in contatto con lei. Si tratta dell'ultima intervista."
"Il suo nome, prego."
Fil glielo disse.
"Un attimo." L'immagine divenne statica, mentre sulla parte bassa
dello schermo appariva a intermittenza la scritta: RICERCA BANCHI DI
MEMORIA. Dal che Fil si rese conto di non star parlando con una
persona reale ma con una segreteria intelligente. Ultimata la
ricerca, l'immagine riprese improvvisamente vita. "Spiacente, non mi
è possibile metterla in contatto con la persona in questione. Lei
non fa più parte del nostro campione d'intervistati."
"Come?" esclamò lui, sorpreso. "E perché?"
"Niente di personale. L'azienda rinnova il compione periodicamente."
"Posso almeno sapere se Melissa lavora ancora per voi?"
"Spiacente, non mi è possibile divulgare notizie personali sul conto
dei dipendenti."
"Ma...
"La ringrazio per la collaborazione e le auguro una buona giornata."
La comunicazione s'interruppe.
Ti ringrazio per la collaborazione e ti auguro una buona giornata,
era la frase con cui Melissa concludeva la maggior parte delle sue
telefonate. Possibile che per lei fosse stato un lavoro come tanti?
Possibile che adesso stesse parlando con un altro come aveva parlato
con lui? Certo che, se le fosse importato qualcosa, l'avrebbe
avvertito. Poteva chiamarlo da casa, il numero ce l'aveva. Per tutto
quel tempo aveva creduto di aver trovato un'amica vera, forse
l'anima gemella, e invece si era soltanto illuso.
Si sentì tremendamente triste. Si buttò sul divano, senza forze.
"Televisione", ordinò. Il televisore si accese.
La dimenticherò, si disse, guardando senza vederle le immagini che
scorrevano sullo schermo. Poteva vivere senza di lei. Dopotutto, non
c'era stato niente fra di loro. Era solo un passatempo settimanale,
non ne avrebbe sentito la mancanza. "Non ho bisogno di te", pensò,
con convinzione.
"Non ne ho bisogno per niente."
Aveva creduto davvero di poterla dimenticare. Ogni tanto andava a
qualche festa, usciva con una ragazza, si divertiva, ma quando
tornava nel suo appartamento sentiva come un senso di vuoto. Gli
appuntamenti telefonici con Melissa gli mancavano. Non si era reso
veramente conto di quanto fossero diventati importanti per lui
finché non li aveva persi. Non aveva più nessuno a cui raccontare le
cose che gli capitavano, a cui confidare i suoi pensieri. Non aveva
più nessuno da sognare. La sua vita aveva ripreso a scorrere piatta
e monotona. L'unico impegno fisso della giornata era tornato a
essere il videoromanzo di Canale 8.
Si vergognava ad ammettere che un giorno si era appostato davanti
alla Comcons. Seduto dietro la vetrina di un bar, aveva tenuto
d'occhio per ore il portone d'ingresso, sperando di riuscire a
vedere Melissa. Non l'aveva vista. A dire il vero, non aveva notato
nemmeno altre ragazze, il che era perlomeno curioso, data l'attività
svolta dall'azienda. A meno che non lavorassero a domicilio. In quel
caso, sarebbe stato davvero impossibile rintracciare Melissa.
Un mese e mezzo dopo la fine della sua collaborazione con la Comcons,
Fil aveva deciso di andare a trovare Linda. Era da un po' che non la
sentiva, il che gli faceva sperare che si fosse calmata. Inoltre,
aveva bisogno di parlare con qualcuno.
Si presentò a casa sua senza avvertire.
"Fil!" lo accolse lei, in tono seccato.
"Scusami, stai uscendo?" domandò lui, adocchiando subito l'eleganza
dell'abito e la cura particolare del trucco e dell'acconciatura.
"No, ma sono impegnata".
"Oh, capisco, non sei sola".
"Ecco, no, cioè sì, in effetti...
"Non fa niente, non volevo disturbarti."
"Be', senti, chiamami più tardi se vuoi. Oppure domani. Ti va bene
domani?"
Era chiaro che Linda non vedeva l'ora di liberarsi di lui.
"Non ti preoccupare. Non era niente d'importante."
"Va bene, ci sentiamo." E, con un sorriso educato, Linda gli chiuse
la porta in faccia.
Lui rimase lì come un allocco. Ultimamente le cose non gli
funzionavano troppo bene, con le donne. Benché non fosse innamorato
di Linda, e probabilmente non lo fosse mai stato, si sentì geloso, e
anche un po' offeso. Era proprio curioso di scoprire chi fosse quel
grand'uomo che aveva tanto effetto sulla sua ex. Silenziosamente,
girò attorno alla casa, fino alla finestra del salotto. Sentì che
Linda stava parlando con qualcuno, un uomo, ma, quando sbirciò
dentro, attraverso uno spiraglio fra le tende, si rese conto che non
si trattava di una persona in carne ed ossa ma di una figura
tridimensionale proiettata dal videotelefono. L'uomo a cui
apparteneva quell'immagine era atletico ed elegante, e aveva l'aria
di essere il padrone del mondo. E' proprio il suo tipo, pensò Fil,
ironicamente, e solo allora si accorse della montagna di scatoloni
accatastata contro la parete della stanza. CIBO PER GATTI GOLDEN,
c'era scritto sulle etichette, il che era perlomeno strano, visto
che Linda era allergica ai gatti e non ne aveva mai posseduto uno.
Fil studiò con sconcerto l'aria rapita con cui la sua ex osservava
il suo interlocutore telefonico. Quando l'immagine scomparve, per
lasciare spazio alla gigantesca proiezione di una confezione di cibo
per gatti, con tanto di slogan e numero telefonico per l'acquisto,
la verità cominciò a farsi strada nella sua mente. Qualcuno l'aveva
preso per i fondelli. Forse stavano prendendo per i fondelli il
mondo intero. Le aziende di telemarketing e ricerche di mercato si
erano fatte furbe. Avevano dovuto farlo, per aggirare le segreterie
intelligenti. In qualche modo riuscivano a scoprire i punti deboli
delle loro prede, per prenderle all'amo. Dopodiché, più si
approfondiva la conoscenza, più diventava facile conquistarle. Per
questo Melissa gli appariva tanto perfetta. Lei era esattamente come
lui voleva che fosse. Era stata scelta proprio per quello. L'aveva
usato per i suoi scopi, e basta. Solo che lui, a differenza di
Linda, non ci aveva rimesso soldi ma solo tempo, e quel poco di
fiducia nel genere umano che ancora gli restava. C'era da chiedersi
se Melissa fosse mai stata sincera, almeno una volta. Fil provò una
rabbia sorda. Eppure non poteva crederci. Forse lei non lo sapeva,
tentò di giustificarla, poi sorrise di se stesso. Era stato
imbrogliato proprio bene. Melissa l'aveva ingannato in una maniera
talmente sopraffina da fargli sentire il bisogno di difenderla.
Continuava a prenderlo in giro anche adesso. E dire che le aveva
confidato i suoi pensieri più riposti... Ma forse era stata usata e
buttata via anche lei. In fondo, di quanti uomini poteva essere la
donna ideale? Forse non rinnovavano periodicamente soltanto gli
intervistati, ma anche gli intervistatori. Ma se le cose stavano
così, perché non si era più fatta viva? Ah no, ci stava ricascando.
Basta, doveva parlarle. Se era coinvolta in quella faccenda, le
avrebbe detto in faccia tutto quello che pensava di lei. E avrebbe
detto il fatto suo anche alla Comcons e a chiunque fosse stato
disposto ad ascoltarlo. Per una volta nella vita, non si sarebbe
limitato a subire gli eventi, ma avrebbe agito. Era arrivato il
momento della riscossa. Dopotutto, non aveva studiato tutti quegli
anni per niente.
Aveva occupato la reception della Comcons, rifiutandosi di sloggiare
finché non l'avessero fatto parlare con un responsabile della
compagnia. Alla receptionist elettronica, che lo occhieggiava
perplessa dagli schermi installati lungo le pareti della stanza,
aveva dichiarato in tono di sfida che, se avessero chiamato la forza
pubblica, lui si sarebbe rivolto alla stampa e alle associazioni dei
consumatori. Quest'ultima minaccia ebbe l'effetto di un "Apriti
Sesamo". D'altra parte, le parole "associazione dei consumatori"
avrebbero fatto correre brividi lungo la schiena a chiunque fosse
coinvolto in un'attività di servizio o produzione. Non si contavano
le aziende che avevano dovuto chiudere i battenti, negli ultimi
decenni, a causa di qualche azione legale intentata da quelle
potentissime organizzazioni.
"Segua la linea gialla, prego", lo invitò la segretaria elettronica,
mentre si apriva la porta di vetro che conduceva agli uffici.
Fil obbedì, sentendosi come Dorothy sul sentiero di mattoni gialli
che portava alla Città di Smeraldo del Mago di Oz. Si era aspettato
un gran fervore di attività, un vocìo di persone che parlavano
contemporaneamente al telefono, invece vide pochissima gente, sia in
corridoio sia negli uffici in cui era riuscito a dare un'occhiatina.
Fra l'altro, nessuna di quelle persone era impegnata al telefono.
Forse gli intervistatori lavoravano davvero a domicilio.
Una porta si aprì di colpo con un fruscìo, mentre lui ci passava
davanti.
"Venga, venga avanti", lo invitò una voce profonda da basso.
Lui obbedì, incerto.
L'uomo a cui apparteneva la voce sedeva dietro un'ampia scrivania di
mogano dotata di computer, e fumava un grosso sigaro. Era
piccoletto, ma aveva un'aria importante e i modi spicci di un
businessman.
"Veniamo al dunque", lo invitò, senza preamboli.
"Sì, ecco, io sono un vostro intervistato e...", esordì lui,
imbarazzato.
"Sì, sì, questo lo so. Veniamo al punto. Che cosa si è messo in
testa di fare? Che cosa vuole?"
"Credo che sia ovvio", disse lui, riprendendo coraggio. "Io mi sento
imbrogliato."
"Lei ha accettato di collaborare alle nostre ricerche di mercato."
"Non ero a conoscenza di tutti i particolari. Il nostro accordo non
è valido. Io ero in buona fede, voi no. Potrei farvi causa."
"E perché non la fa?"
"Prima voglio parlare con Melissa."
"Melissa?"
"Sì, la vostra esca. L'intervistatrice... o, meglio, l'attrice che
mi ha preso all'amo."
L'uomo lo guardò come si guarda un bambino petulante. "Non posso
farla parlare con Melissa."
Fil provò il desiderio di schiaffeggiarlo. "Ne ho abbastanza dei
vostri 'non posso'. Vuole proprio che le dica che cosa potete farne,
delle vostre stupide regole?"
"Non posso farla parlare con Melissa perché Melissa non esiste",
dichiarò l'uomo, con tranquillità.
Lui lo guardò con disprezzo. "Senta...", si preparò a ribattere.
Evidentemente l'avevano proprio preso per un imbecille.
"Lei ha accettato di testare una serie di prodotti", lo interruppe
l'uomo.
"E questo cosa c'entra, adesso?"
"Melissa è stato il più importante di quei prodotti."
Lui aggrottò la fronte, confuso.
"Melissa è l'ultima frontiera nel campo delle ricerche di mercato e
del telemarketing. E' il modello più avanzato di segreteria
intelligente, l'operatrice videotelefonica del futuro."
"Non... capisco", balbettò lui.
"Melissa è un programma olografico adattabile. Il computer è in
grado di creare esattamente il tipo d'interlocutore più adatto per
il cliente, sia nell'aspetto, sia nelle risposte comportamentali e
linguistiche."
Fil era allibito. Per tutti quei mesi aveva parlato con una
macchina. Era incredibile.
"Come avete fatto per la voce?" domandò, debolmente. "E' stata la
prima cosa che mi ha colpito di..." Lei. Poteva dire lei?
L'uomo della Comcons sorrise, compiaciuto. "Il computer analizza le
reazioni del futuro cliente alle diverse voci degli operatori
telefonici con cui è venuto in contatto, dopodiché elabora la voce
sintetica più adatta."
Fil restò in silenzio. Non sapeva cosa dire. In realtà, non sapeva
nemmeno cosa pensare.
"I test che abbiamo svolto sono stati estremamente incoraggianti",
disse l'uomo della Comcons. "Le farà piacere sapere che il prodotto
è già entrato in commercio".
Me ne sono accorto, pensò Fil, ricordando la scena a cui aveva
assistito a casa di Linda.
"Non è magnifico sapere di aver contribuito a lanciare un prodotto
tanto rivoluzionario? Di averlo addirittura sperimentato in
anteprima? E consideri i possibili sviluppi. Questo è solo il primo
passo verso un futuro migliore, in cui sarà possibile condividere la
nostra vita con compagni elettronici. S'immagini: nessuna pretesa,
nessun conflitto, nessun impegno, massima disponibilità."
Fil spalancò gli occhi, considerando la possibilità. All'improvviso,
gli balenò un'idea. Questa volta fu lui a sorridere, compiaciuto di
se stesso.
"Potrei ancora farvi causa. Conosco la legge. Non importa che io
abbia acconsentito a partecipare alle vostre ricerche di mercato.
Voi avete carpito la mia buona fede. E immagino che non vogliate che
tutta quella gente là fuori venga a conoscenza dei vostri trucchetti.
In fondo, sono potenziali clienti. Ci perdereste miliardi, voi e i
vostri compari venditori di fumo."
"Bene, siamo arrivati al punto. Che cosa vuole per starsene buono?
Soldi? Un lavoro?"
Fil sorrise. "Oh, credo che potremo trovare un compromesso. E non vi
costerà nemmeno tanto."
Melissa gli sorrise, dal centro del salotto. Era seduta con le gambe
accavallate, fasciata nell'elegante abito nero che lui le aveva
programmato per la serata. Era perfetta.
"Ti vedo allegro", disse.
"Come potrei non esserlo? E' una magnifica serata", disse lui,
assaggiando il suo caviale sintetico. "Hai provato le ostriche?"
Melissa si portò alle labbra un'ostrica olografica. Quel computer
era incredibile. Era in grado di ricreare qualunque cosa. "Com'è
andata la giornata?"
"Oh, piuttosto bene. Ho cominciato un libro, ho guardato la tivù, ho
videoconsultato alcuni cataloghi di arredamento. Ho pensato che
avevi ragione, quando dicevi che in questa casa manca il tocco
femminile. Dopo ti farò vedere alcuni articoli interessanti. Se
saranno di tuo gusto, li ordineremo. Ho risparmiato un po',
sull'ultimo sussidio."
"Sei molto carino, Fil."
Fil sorrise. Non aveva accettato i soldi della Comcons, e nemmeno il
lavoro. Prima o poi le associazioni dei consumatori si sarebbero
accorte di quello che stava succedendo, con o senza di lui, e allora
la sua posizione sarebbe diventata precaria. Ma non era per questo
che aveva rifiutato. L'unica cosa che voleva veramente era Melissa.
La sua Melissa, quella che il computer aveva creato appositamente
per lui. Fortunatamente, alla Comcons non avevano cancellato il
programma. Forse, un giorno, quell'immagine olografica intelligente
sarebbe stata ulteriormente perfezionata. Non si poteva mai dire fin
dove avrebbe potuto spingersi la scienza. Ma, fino a quel giorno,
Melissa gli sarebbe andata bene così com'era.
"Ho letto il libro che mi hai consigliato", lo informò Melissa.
"L'ho trovato estremamente interessante. Appena avrai un momento,
potremo discuterne insieme."
"Ero certo che ti sarebbe piaciuto", disse lui.
Aveva montagne di dischetti di libri e film da inserire nella banca
dati di Melissa, per poterne parlare con lei.
"Stasera esci?" domandò Melissa.
Quella sera organizzavano una festa al 38 B. Ci sarebbero state
delle ragazze. Se lui avesse voluto andarci, Melissa non avrebbe
fatto obiezioni. Non era gelosa. Ma Fil non aveva nessuna intenzione
di andare. Perché mai avrebbe dovuto? Lì aveva tutto quello di cui
aveva bisogno. Quelle ragazze potevano al massimo rappresentare il
diversivo di una serata. Non valeva la pena di correre il rischio
con loro, quando a casa c'era lei. Nessuna avrebbe potuto prendere
il suo posto. Lei non gli avrebbe mai rinfacciato nulla, né avrebbe
preteso nulla. Non gli avrebbe mai fatto del male. Sarebbe stata
semplicemente lì, pronta ad accoglierlo quando era stanco, triste,
demoralizzato o aveva bisogno di compagnia.
"Preferisco stare in casa", disse Fil. E aggiunse, in tono
scherzoso: "Che dici, resti con me?"
Sorridendo dolcemente, lei rispose: "Per sempre, amico mio. Per
sempre.
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