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Com'è il cielo stasera?
T'Rukh era
particolarmente luminosa, quella sera. Se si guardava con
attenzione, si potevano perfino distinguere le venature dei
crateri. Con la luna davanti, sembrava un enorme occhio indagatore,
puntato sul pianeta. Selar distolse lo sguardo. Ancora poche
settimane di tirocinio, e poi avrebbe lasciato Vulcano. Sarebbe
stata un medico a tutti gli effetti, a bordo di una nave della
Flotta Stellare. Era quello che aveva sempre desiderato, eppure...
Negli ultimi tempi era stata colta da qualche dubbio, anche se,
ovviamente, non l'avrebbe mai dato a vedere. Il suo grado di
controllo emotivo era sempre stato irreprensibile.
"Dottore, com'è il cielo stasera?"
Selar si allontanò dalla finestra. "Credevo che stesse
dormendo", osservò, riprendendo a controllare con aria professionale
i monitor collegati al letto della paziente.
"Non mi ha risposto", le fece notare la paziente, in tono amabile.
Era anziana e debilitata dalla malattia, ma ancora piacente. Da
giovane doveva essere stata bella, secondo i canoni umani.
"Limpido", l'accontenò lei.
"Sa, a volte mi ricorda mio figlio", sorrise l'umana, debolmente.
Selar sollevò le sopracciglia, con aria educatamente interrogativa.
"Quand'era piccolo, e credeva che nessuno lo guardasse, ogni
tanto si perdeva nelle sue fantasticherie. Non lo faceva mai, quando
c'era in giro suo padre. Ho pensato spesso che fosse troppo severo
con lui...
"Che cosa le fa credere che io indulga in... fantasticherie?"
domandò Selar, nel suo tono più spassionato. Già solo il termine -
fantasticherie - le sembrava piuttosto... offensivo. Certo, quella
donna era un'umana. Benché avesse vissuto a lungo su Vulcano, non
si poteva pretendere che conoscesse i vulcaniani fino in fondo.
"L'ho vista, prima, alla finestra. Lei ha dei pensieri."
Selar si sentì punta sul vivo. Aveva abbassato la guardia per un
istante, e subito era stata colta in fallo. Scoperta in un momento
di debolezza. Non c'era niente di peggio, per una vulcaniana. Per
un attimo, non seppe cosa dire. Forse la paziente si accorse del
suo disagio, perché venne in suo aiuto:
"Ho saputo che presto si imbarcherà."
"Sì, sarò assistente dell'ufficiale medico a bordo della
Gandhi."
"Oh, mi piacerebbe poter viaggiare ancora... In realtà, mi
basterebbe poter sedere ancora una volta sulla veranda di casa
mia, con mio marito, a guardare il cielo." Per un attimo, lo
sguardo della donna parve illuminarsi, rapito dai ricordi.
Selar non la smentì, non le disse che avrebbe potuto farlo ancora.
Non lo disse, semplicemente perché non era vero. Non era costume
dei guaritori vulcaniani ingannare i loro pazienti.
"Lei è fortunata. Che cosa la preoccupa?" chiese l'umana.
"Temo... di non essere all'altezza", rispose lei. Non era nelle sue
abitudini confidarsi con gli estranei. Non era sua abitudine
confidarsi, punto e basta. Non sapeva perché l'avesse fatto. Forse
era stata messa alle strette e non aveva più ritenuto possibile
eludere la domanda. O forse c'era qualcosa, in quell'umana, che
le aveva ispirato fiducia. Ad esempio quell'aria di serena dignità,
di calmo coraggio che sembrava più tipica di un vulcaniano che di
un terrestre.
"Perché mai?" domandò la donna, sorpresa.
"Perché... sono abituata ad avere a che fare con pazienti vulcaniani",
confessò lei, risolutamente. Una volta decisasi a parlare, doveva
farlo il più schiettamente possibile. "Su una nave della Federazione
invece dovrò trattare con umani ed esseri di altre specie. Sono
sicura di essere preparata, dal punto di vista medico, ma non sono
altrettanto certa di sapermi comportare nel modo più opportuno con i
pazienti... Come loro si aspettano, intendo."
La donna sorrise, con benevolenza. "Con me è stata magnifica."
Selar sapeva che gli umani a volte mentivano, per cortesia. La
donna dovette indovinare i suoi pensieri, perché aggiunse: "Parlo
sul serio. Ha passato molto tempo qui, e non era obbligata."
"So che suo marito è in viaggio", disse Selar, quasi a volersi
giustificare.
“Sì, è impegnato in una missione diplomatica molto importante. La
sua presenza era irrinunciabile. Ma non sono sola. Lo sento
qui... e qui", disse l'umana, sfiorandosi con la mano la fronte e
il cuore.
"Certo, è il legame", comprese Selar. Il legame, la fusione delle
menti e delle anime che univa ogni vulcaniano alla sua compagna.
"Ho paura che mio figlio non capisca. Crede che mio marito abbia
dato la precedenza alla carriera per egoismo. Sono molto ostinati,
tutti e due. C'è stato un periodo, durato anni, in cui non si
parlavano nemmeno. Temo che questo possa dividerli ancora."
Selar aggrottò la fronte. "Tutto ciò è molto... umano."
La donna sorrise. "Sì, a volte l'ho pensato anch'io... Ma tornando
a lei, non si deve preoccupare. Anche mio figlio ha avuto dei
problemi di adattamento, quando è entrato nella Flotta Stellare. Ci
ha messo un po' di tempo, ma alla fine ha imparato come comportarsi
con gli umani. E ha imparato qualcosa anche su se stesso, credo.
Sarà una grande esperienza per lei, Selar. Sia tollerante con noi
umani e con se stessa, e vedrà che andrà tutto bene. E' un ottimo
medico, e farà carriera. Scommetto che prima o poi servirà a bordo
dell'ammiraglia della Flotta."
Selar non si schermì. Non avrebbe avuto senso. Era giovanissima, ma
era la prima del suo corso e sapeva di avere grandi potenzialità.
"Ora sono stanca", disse l'umana. "Penso che riposerò un poco."
Selar annuì. Si diresse verso la porta, ma all'ultimo momento
ebbe come un ripensamento, e si voltò. "Il cielo è davvero limpido,
stasera", disse. "Sarebbe illogico non goderne la vista. Se vuole,
posso far spostare il letto sotto la finestra."
La paziente sorrise, ancora una volta. "Grazie", disse soltanto.
Quando l'umana
morì, Selar non ne fu sorpresa. Doveva accadere. Ormai era
diventata una questione di giorni, se non di ore. Uscì in corridoio,
per dare la notizia al figlio. Lo trovò seduto fuori dalla
stanza e, vedendolo, seppe che aveva già compreso. Aveva sentito
spezzarsi il legame, come doveva averlo sentito suo padre, da
qualche parte nell'infinità dello spazio. Rimase colpita, però, dal
calmo dolore che lesse nei suoi occhi. Non si curava di
nasconderlo, eppure non lo esibiva scompostamente. Selar ripensò
allora alle cose che la donna le aveva raccontato sul suo conto, e
si stupì di come la natura umana e vulcaniana sembrassero
armonizzarsi perfettamente in lui. Forse un tempo non era stato
così. Forse anche per lei ci sarebbe voluto del tempo, ma alla fine
sarebbe stata sicura e forte dentro di sé, così come appariva al di
fuori.
Si avvicinò al figlio della donna. Lui sollevò o sguardo.
"Sua madre è morta, capitano", annunciò, formalmente. "Me ne
dolgo con lei."
Lui annuì e ringraziò, poi si alzò e si diresse verso la stanza.
Selar proseguì lungo il corridoio, fino al terminale del computer,
per registrare il decesso della paziente Amanda Grayson, consorte
di Sarek, madre di Spock. |