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   Pubblicato nell'antologia: "Euforie: storie  di  alcool,  di sballi, di disco, di gang, di paste, di birra, di canne, di furia" della casa editrice
Il Poligrafo, marzo 2001
 

 
Senza Freni

Ranocchio camminava come un funambolo sulla rotaia della vecchia ferrovia, ormai in piano con l'asfalto della strada.
Miriam lo seguiva lungo il marciapiede, i piedi blindati in un paio di scarpone nere con la fibbia, il corpo minuto da dodicenne affondato in un chiodo troppo grande. Ranocchio non capiva perché suo fratello avesse voluto prendere nel gruppo quella mocciosa petulante. "Perché non vieni qui?" la provocò.
Lei fece cenno di no, scuotendo il caschetto corvino.
"Lo sapevo. Non ho mai conosciuto una fifona come te."
I fari di un'auto illuminarono la notte, alle sue spalle. Ranocchio continuò a camminare sulla rotaia. L'automobilista suonò il clacson. Ranocchio aspettò una paio di secondi, prima di saltare sul ciglio della strada. La macchina proseguì la sua corsa, con una strombazzata rabbiosa. "Scommetto che se l'è fatta addosso", sghignazzò lui, riprendendo a camminare sulla rotaia. "Proprio come te."
"Non è vero!" protestò Miriam, con foga.
"Sì, invece, sei solo una piagnona. Le bambine non possono stare nella nostra banda. Torna a giocare con le bambole."
"Tanto conta solo cosa dice Asso", rintuzzò lei, sollevando il mento. "E Asso vuole che rimanga."
"Asso non ti sopporta. Ti fa restare solo per pietà."
"Bugiardo!"
"Fifona."
"Non sono una fifona."
"Dimostralo", sorrise lui, con aria di sfida.

"Allora ce l'hai fatta", disse Fontana, mentre Barberis entrava nella saletta riservata assieme al rosso e ai gemelli. "Già, ma non per merito di quei pezzenti", grugnì Barberis. Al garage, grazie a una lauta mancia, gli avevano cambiato le gomme a tempo di record. Per quanto riguardava gli sfregi, avrebbe dovuto tenerseli ancora per qualche giorno. Non aveva voluto separarsi dalla macchina proprio di sabato sera. Il primo alla guida della sua nuova BMW. Certo, se l'era immaginato diverso. Ma non era ancora detta l'ultima parola.
"Perché siete entrati dal giardino?" si stupì Fontana. Fu allora che si accorse della presenza della ragazzina. Portava un paio di jeans e una maglietta da baseball. Sicuramente non era una delle ragazze della compagnia. Aveva un musetto grazioso, ma era chiaro che apparteneva a un altro ambiente.
Barberis lo prese da parte. "E' una loro amica", gli spiegò, in tono eccitato. "Una di loro, capisci?"
"No, e non capisco neanche come ha fatto a entrare, vestita così."
Barberis sorrise. "Mario ha chiuso un occhio. Gli ho promesso che saremmo passati dal retro."
Fontana lo guardò, incredulo. Si domandò se per caso non smerciasse roba anche al buttafuori del Mercurio. D'altra parte, gli aveva detto una volta, dove vuoi che prenda i soldi per la coca? Non penserai che li chieda a mio padre.
"L'ho incontrata davanti alla sala giochi", disse l'amico. "Non riusciva a crederci, quando l'ho invitata. Ce la darebbe gratis solo per poter dire di essere stata qui... Ho bisogno di un po' di biancolina", aggiunse, tanto per non smentirsi.
"Dovresti piantarla con quella roba", disse Fontana, guardando l'amico che allineava due strisce di polvere bianca sul tavolino.
"Non rompere. E' solo un po' di tiramisù." Con un pezzo da cento arrotolato, spolverò la prima riga. "Per le grandi occasioni." E di grandi occasioni sembravano essercene tante nella sua vita.
"Perché l'hai portata qui?" ripeté lui, lanciando un'occhiata sospettosa al rosso, che ballava con la ragazzina.
Barberis fece fuori la seconda striscia bianca e si alzò sfregandosi il naso. "Si meritano una lezione."
"Non finirà mai questa storia?"
Era cominciata con una scazzottata a scuola, fra suo fratello e il fratello di Mirco, un tizio che gravitava nell'orbita della banda di Asso. Due ragazzini di quattordici anni. E poi era stato un susseguirsi di vendette e rappresaglie, finché non erano arrivati a quel punto.
"Finirà oggi. Ci penserò io, stai tranquillo. E ci divertiremo anche. Stasera sono innescato."
Fontana trasalì, accorgendosi di quanto fossero dilatati i suoi occhi. "Non è la prima volta che ti fai, stasera...
"Ti fai? Che parola grossa. Vedi forse segni di buchi? Piuttosto, sarà meglio che partecipi anche tu, alla nostra festicciola. Oppure dovremo chiederci da che parte stai."
Fontana restò impalato, a guardarlo mentre chiudeva a chiave la porta della saletta.
Barberis fece cenno al rosso di sgombrare, passandogli senza farsi notare una manciata di pasticche. Li voleva ben carburati, quella sera. Lui e la ragazzina rimasero soli, mentre gli amici si spostavano a un altro tavolo.
"Allora, ti piace il nostro covo?" le chiese, amichevole.
"Forte", fece lei. Aveva l'aria di un tipo risoluto.
Lui accavallò le gambe. "Ti ho vista qualche volta con il fratellino di Mirco. Che relazione c'è fra voi?"
"Nessuna. Mio fratello e Mirco sono amici."
"Sai che Mirco ieri sera è venuto qui al Mercurio?" disse Barberis, in tono casuale. Per un istante temette che attraverso la voce fosse trapelata un po' della sua agitazione.
"Davvero?"
"Sì, davvero", ripeté lui, cambiando improvvisamente tono. Lei lo guardò, sorpresa.
"Credevo che ormai lo sapessero tutti."
"Di cosa stai parlando?" domandò lei, un po' spaventata.
"Sto parlando di quello che i tuoi amici teppisti hanno fatto alle nostre macchine, nel parcheggio qui fuori."
"Io non ne so niente", balbettò lei.
Lui l'afferrò per i capelli, con forza. Notò, con la coda dell'occhio, che Fontana era balzato in piedi. Il rosso e i gemelli gli sbarrarono il passo.
"Senti", sibilò Barberis. "Io sono un tipo tollerante, ma questa volta i tuoi amici hanno esagerato."
"Che cosa vuoi da me?" piagnucolò la ragazzina.
Lui le strattonò i capelli, facendola gemere. "E' giusto che mi prenda una piccola soddisfazione, non ti pare? Dopotutto, i tuoi amici hanno rovinato il mio regalo di compleanno."
"Lasciami andare", lo supplicò lei.
"Su, non fare storie", le suggerì. "Potrebbe essere più piacevole di quanto pensi." L'attirò a sé e accostò le labbra alle sue. Lei girò la testa. Lui s'inginocchiò sopra di lei e le imprigionò il collo con una mano, mentre con l'altra le slacciava i jeans. "No!" gemette la ragazzina. La musica proveniente dalla pista da ballo coprì la sua invocazione.
"Oddio, fermo!" gridò Fontana, trattenuto in fondo alla saletta dai due gemelli.
Lui lo ignorò. La ragazzina ora singhiozzava senza ritegno. La guardò. Il cuore gli batteva forte per l'eccitazione. "A noi due, adesso", l'avvertì. Si chinò su di lei, violentemente, e sentì sulle labbra il sapore salato delle sue lacrime.
Il buttafuori del Mercurio non li aveva fatti entrare. Non avevano un'aria abbastanza di classe. Eddi sedeva sul bordo del marciapiede, con la testa fra le mani. Da quando aveva visto Chiara salire sull'auto di Barberis, non si era più dato pace. Mirco si chiedeva con inquietudine quali fossero le intenzioni di quel manichino. Chiara non era il genere di ragazza che i tipi come Barberis amavano sfoggiare. Quindi ci poteva essere solo una spiegazione, al fatto che se la fosse portata al Mercurio, e cioè che volessero servirsi di lei per farla pagare a loro. Ma come?
Il rombo della moto lo distolse dalle sue riflessioni. Asso accostò davanti al portone del locale.
Lui lo guardò, sorpreso.
"Ho saputo di tua sorella", disse Asso, rivolto a Eddi. La mano guantata scomparve sotto lo spolverino. Un istante dopo impugnava una pistola. "Con le buone maniere si ottiene tutto", assicurò, con un sorriso sghembo.
Lui ed Eddi lo fissarono impietriti, mentre scendeva dalla moto e premeva il pulsante del citofono.
Fecero irruzione dalla porta che dava sul giardino. Mirco sentì i singhiozzi ed ebbe un tuffo al cuore, vedendo le due figure distese sulle poltroncine. Eddi venne placcato dal rosso prima che potesse avventarsi su Barberis. Mirco accorse in suo aiuto, mentre Asso si occupava dei gemelli. Nella confusione, Barberis scappò. Lui fece per inseguirlo, ma qualcuno lo afferrò per la maglietta.
"Non è colpa sua", disse Fontana. "Ha preso qualcosa."
Mirco lo fissò, sbigottito. "Stai parlando di droga?"
"Sì, cocaina, e non so cos'altro..." disse Fontana.
"Ehi, Chiara... Chiara", invocava Eddi. "Ti ha... "
Mirco si voltò. Vide Chiara scuotere la testa, con il viso nascosto fra le mani. Eddi lo guardò con aria sollevata.
"... forse amfe o ecstasy", continuava Fontana. "Mio Dio, è malato e non se ne rende conto. Ha bisogno di aiuto...
Mirco s'irrigidì. Le parole di Fontana cominciarono a turbinargli in testa, mentre fissava Chiara che si raggomitolava sui sedili, i capelli spettinati sparsi sul viso.
Afferrò Fontana per la camicia. "Non chiamarlo malato!" gridò. "Non insultare quelli che la loro maledetta malattia non se la sono andati a cercare!" Si accorse improvvisamente che lo stava strattonando. Fontana lo fissava spaventato. Lo lasciò andare. "Usciamo", disse a Eddi, in tono secco.
Eddi aiutò sua sorella. Il rosso e i gemelli si massaggiavano le parti dolenti. Asso aveva lasciato andare il buttafuori. "Quel verme non ci darà fastidi", disse.
Aveva ragione. Per il Mercurio sarebbe stata una pessima pubblicità. Quanto agli altri, c'erano dentro fino al collo.
Corsero al parcheggio. L'auto di Barberis non c'era.
"Verso la periferia", disse Asso, montando sul Cagiva. "Carburato com'era, avrà avuto voglia di correre." Mirco prese posto alle sue spalle, mentre i due fratelli schizzavano via sulla vespa di Eddi. Pochi istanti dopo il Cagiva sfrecciava a cento all'ora verso la periferia. Non ci misero molto a individuare la BMW di Barberis. Procedeva a velocità sostenuta, sbandando spesso oltre la doppia striscia continua divisoria.
Asso la inseguì zigzagando tra le auto.
La BMW rientrò bruscamente, costringendo un'altra auto a sollevare con le ruote la polvere del bordo della strada. Seguì un furioso colpo di clacson.
"Ha fatto il pieno", commentò Asso.
Mirco rabbrividì.
Barberis era furioso. Superava gli altri veicoli come se fossero stati parcheggiati, ma si accorgeva che si stava muovendo solo dallo scorrere delle luci dietro ai finestrini. "Pezzenti bastardi." Non sapeva se lo stessero seguendo. Non aveva mai alzato gli occhi allo specchietto retrovisore. Non sapeva dove stesse andando. Sapeva solo che aveva bisogno di tenere schiacciato il pedale dell'acceleratore. Se non fosse stato così agitato, si sarebbe fatto volentieri una sniffata. "Al diavolo!" Si sporse per frugare nel cruscotto. Niente, nemmeno una stupida pasticca. No, un attimo... eccola, proprio là in fondo. Bastò questo per farlo sentire invincibile.
"Divertente", rise Miriam. Aveva appena schivato un'auto, assieme a Ranocchio. "Credevo che fosse più difficile", aggiunse, con un sorriso orgoglioso.
Ranocchio non disse niente. Era rimasto stupito, quando lei aveva accettato la sfida. La guardò. Una ciocca di capelli le si era arenata sulle labbra. Sembrava una bambola. Le allungò una mano per aiutarla a rialzarsi. Per qualche strano motivo, sentì l'impulso di confessare: "Non è vero che Asso non ti sopporta." Ma, proprio in quel momento, sentì il rumore di un'auto. Si voltò di scatto. I fari lo investirono all'improvviso. Sentì la mano di Miriam stringere la sua, e nella testa fu il vuoto totale.
Li vide all'ultimo momento, proprio mentre stringeva fra le dita il magico biglietto per un'altra corsa alla velocità della luce. Due figure in mezzo alla strada, spettrali nel cono di luce dei fari. Tentò di frenare, ma nel momento stesso in cui lo faceva, capì che era ormai troppo tardi.
Si trovò disteso fra i ciottoli del controviale. Fu allora che si accorse che la mano di Miriam non era più nella sua.
Dopo l'urto, l'auto sbandò. I fari illuminarono il tronco di un albero. Barberis s'irrigidì, alzando istintivamente un braccio per proteggersi il viso.
Allo schianto, Ranocchio si sollevò a sedere. Un clacson cominciò a suonare. Si alzò sulle gambe tremanti. Diversi metri più in là, in mezzo alla strada buia, giaceva qualcosa che sembrava un fagotto di stracci. Si avvicinò. A metà strada il suo piede urtò qualcosa. Abbassò lo sguardo. Era una scarpa nera, con la fibbia.
Asso lasciò cadere la moto sull'asfalto e si mise a correre, con lo spolverino svolazzante. Mirco tentò di tenergli dietro, invano. Si fermò accanto a Ranocchio, Asso qualche passo più avanti. Restarono a fissare quel corpo scomposto, buttato in mezzo alla strada come una bambola di pezza.
"Non è colpa mia", disse a un tratto Ranocchio. "Non è colpa mia!" Si gettò in ginocchio, scoppiando in lacrime.
Mirco gli posò una mano sulla spalla.
Barberis sbloccò il clacson, aprì la portiera e uscì dall'auto, la mano premuta sulla fronte dolorante. Gli girava la testa. Si accorse delle gocce di sangue che gli macchiavano la camicia. Doveva essere in uno stato pietoso. Reggendosi a fatica sulle gambe traballanti, diede un'occhiata al cofano dell'auto. Praticamente distrutto. E adesso chi lo sente mio padre? pensò. A un tratto venne colto da un vago senso d'inquietudine, come se avesse dimenticato qualcosa d'importante. Si voltò. Vide i tre ragazzi sulla strada. E vide che stavano fissando qualcosa. Seguì la direzione del loro sguardo. Quando capì, il cuore gli balzò nel petto. Barcollò contro l'auto. Non sono stato io, pensò. Non sono stato io.
Asso s'inginocchiò accanto a Miriam. Le ricompose le gambe e le braccia, con gesti lenti e tranquilli. Le sollevò la schiena, passandole un braccio attorno alle spalle. Il capo cadde all'indietro, inerte. Una ciocca di capelli rimase appiccicata al viso di bambola, imbrattato di sangue. Asso la scostò con delicatezza, come se temesse di romperla.
Poco più avanti, anche Eddi e Chiara erano scesi dalla vespa. "Dio", mormorò Eddi. Cominciò a pregare, come in trance. Chiara osservava la scena con una mano sulla bocca e gli occhi sgranati, velati di lacrime.
"Io... non volevo", balbettò Barberis. "Io non...
Mirco lo guardò. Non riuscì a provare pietà per lui.
"E' stato un incidente", mormorò Barberis.
"Sta' zitto!" gridò Asso. Barberis arretrò contro l'auto. Asso, ancora accovacciato, con il capo di Miriam adagiato sulle ginocchia, gli aveva puntato la pistola addosso.
Mirco s'irrigidì. Eddi smise di colpo di snocciolare preghiere.
"Sta' zitto!" ripeté Asso. Aveva gli occhi pieni di lacrime.
Barberis lo fissava, atterrito.
"Che cosa vuoi fare?" disse Mirco, in tono calmo. "Metti via la pistola."
"Cosa voglio fare?" ripeté Asso, con un sorriso ironico. "Lo voglio ammazzare. Ecco cosa voglio fare."
"E cosa credi di ottenere?"
"Otterrò di fargliela pagare", replicò Asso, con rabbia. "Credi forse che lo sbatteranno dentro, per averla ammazzata? Sai cosa faranno, invece? Gli toglieranno la patente! E il paparino si darà da fare per fargliela riavere in fretta e potergli comprare l'auto nuova!"
"Ma tu ci andrai, in galera! Non ci penseranno due volte a sbatterti dentro. Credi che ne valga la pena? Per lui?!"
"Che cosa vuoi che m'importi di finire dentro? Tanto dovevo finirci, prima o poi. Non è quello che pensano tutti?"
"Ti prego..." mormorò Barberis, pallido come un cencio.
"Dammi quella pistola", disse Mirco, avvicinandosi.
Asso gli puntò l'arma contro. "Stai lontano!"
"Pensa a tuo fratello, se non ti frega niente di te stesso", lo invitò Mirco, allungando la mano verso di lui. "Pensa agli altri a cui importa di te."
Asso lasciò cadere il braccio, piangendo. Mirco gli tolse di mano la pistola, mentre Barberis, con un sospiro di sollievo, si lasciava scivolare fino a terra, la schiena contro la carrozzeria ammaccata della BMW. Per un attimo restò così, seduto, con le braccia appoggiate sulle ginocchia. Poi gli occhi gli si velarono di lacrime. Nascose il viso fra le mani e scoppiò a piangere. La corsa era finita, ma l'incubo cominciava soltanto adesso. Con la realtà. E il volto che tutte le mattine avrebbe dovuto guardare allo specchio.