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Per quanto non avrebbe mai potuto immaginarlo, mentre elaborava le
sue teorie tra fine ‘800 e inizio ‘900,
Freud era destinato ad avere un grande successo a Hollywood.
La malattia mentale e l’esplorazione dell’inconscio, tanto quanto le
aule di tribunale, vendono bene al cinema: dai thriller di
Hitchcock, ai classici La fossa dei serpenti e
Qualcuno
volò sul nido del cuculo, dalle pellicole di Woody Allen
incentrate sulla consolidata formula “sesso e psicanalisi”, al lungo
elenco di terapeuti interpretati da
star
come Richard Gere, Bruce Willis, Barbra Streisand, Andy Garcia,
Billy Crystal…
Niente da stupirsi, quindi, se il lettino dello psicanalista negli
ultimi anni è approdato anche in TV. Non si sono fatti sfuggire
l’occasione nemmeno gli ideatori
del Telefilm Festival di Milano, il cui filo conduttore
ruotava quest’anno attorno al tema “i telefilm come seduta
d’analisi”. “Lo schermo che fino a ieri era uno specchio dei tempi
diventa uno specchio del proprio io”, osservano i direttori
artistici Leopoldo Damerini e Fabrizio Margaria.
Se
nella sit-com Frasier il protagonista e il fratello sono
psichiatri, è però nell’impareggiabile creazione di David E. Kelley
Ally McBeal che i disturbi mentali assurgono a un ruolo di
primo piano, per di più sotto una luce positiva. L’avvocatessa Ally
(geniale l’intreccio con l’altro grande filone del
legal drama)
sembra trascorrere più ore sul divano dello psicanalista che
nell’aula di tribunale. Passa da un terapeuta strambo all’altro
(memorabile quella interpretata da Liv Ullman, che esorta i pazienti
a scegliersi una sigla personale al ritmo della quale vivere),
condividendone alcuni con il buffo collega John Cage. Ma sono
proprio le insicurezze e le allucinazioni (è perseguitata da visioni
del cantante Barry Manilow e
di un neonato danzante che le ricorda l’implacabile scorrere
dell’orologio biologico) a rendere Ally una persona unica. Così come
è speciale il balbuziente John, formidabile e imbattuto in tribunale
quanto timido e complessato nella vita reale, oppresso da mille
incredibili tic e manie (usa un telecomando per attivare lo
sciacquone del water prima di usarlo, canta e danza al ritmo di
Barry White per caricarsi prima degli incontri galanti, si è fatto
costruire una stanza segreta dietro la parete del gabinetto per
rifugiarvisi quando sente il bisogno di isolarsi dal mondo…). E non
bisogna dimenticare uno dei tanti altri casi patologici dello show,
il socio Richard Fish, feticista incapace di resistere all’impulso
di accarezzare colli femminili rugosi e cadenti.
E
se ne I Soprano il duro boss Tony, come il mafioso
interpretato da Robert de Niro in Terapia e pallottole,
rivela nella vita privata fragilità e debolezze che lo costringono
a ricorrere all’aiuto dello psicanalista, l’intera famiglia
di becchini di Six Feet Under, vittima di una patologica
incomunicabilità, avrebbe bisogno di una buona terapia di gruppo.
Solo i sogni, notturni o a occhi aperti, sembrano in grado di
esprimere, per la gioia di Freud, le vere emozioni dei Fisher.
La fidanzata del figlio Nate,
Brenda, sorella di uno schizofrenico, è addirittura stata da
bambina, in qualità di caso clinico, la protagonista del best-seller
di un noto psichiatra. Ma l’unico membro della famiglia che si
rivolge a un consulente, assieme al partner, è il figlio gay David,
in perenne crisi di coppia.
Anche in una divertente puntata di
Will & Grace, i due
protagonisti, il vittimista avvocato gay Will Truman e la nevrotica
arredatrice single Grace Adler, si contendono l’onore di venire
citati nell’ultimo libro della loro terapeuta, un’irresistibile e
affascinante Sharon Stone, che maltratta e sbeffeggia in
continuazione i propri pazienti.
Come il gay David, la casalinga disperata Bree Van De Camp ricorre
alla terapia di coppia nel tentativo di salvare il suo matrimonio
con Rex, insofferente
alle sue manie
ossessivo-compulsive e dedito nel tempo libero a pratiche sado-maso.
Una delle differenze fondamentali fra i telefilm della vecchia e
della nuova generazione è che i personaggi cambiano, si evolvono,
nel bene o nel male, episodio dopo episodio, stagione dopo stagione.
Non per niente, i turbamenti adolescenziali trovano largo spazio
nella produzione televisiva americana. I demoni che
Buffy l’ammazzavampiri deve
affrontare non sono che metafore della difficoltà del crescere,
tanto che il laconico teenager mannaro Oz, alla fine della terza
stagione (segnata dalla catartica distruzione della scuola
superiore), commenta: “Siamo sopravvissuti”, e all’osservazione di
Buffy “E’ stata una battaglia furibonda”, replica: “Non alla
battaglia. Al liceo.” Ma è la morte della madre a costringere la
giovane Buffy ad assumersi le responsabilità dell’età adulta.
Mandare avanti la casa, badare alla sorella minore e guadagnarsi il
pane diventano allora problemi ben più pressanti e difficili da
risolvere delle minacce soprannaturali. E proprio lei, nell’ultima
stagione, viene assunta in qualità di consulente scolastica nel
liceo ricostruito, quasi a sottolineare la sua raggiunta maturità.
Il
senso di colpa e la ricerca della redenzione, a volte al limite del
masochismo, sono al centro di Angel, spin-off di
Buffy.
Il vampiro con l’anima cresce quando si allontana dalla cacciatrice,
il suo unico amore, lasciandola libera di vivere la sua vita. Un
ulteriore passo avanti sono la responsabilità della paternità (per
quanto soprannaturale, ovviamente), nonché la realizzazione che
nulla di ciò che potrà mai fare sarà sufficiente a sradicare il male
dalla terra e a rimediare alle atrocità commesse nel corso dei
secoli. Ma l’importante, naturalmente, è provarci e accettare i
propri limiti.
Lo
stesso binomio senso di colpa/redenzione caratterizza il personaggio
interpretato da David “Angel” Boreanaz in
Bones, dove
l’attore è un ex-cecchino dell’esercito riciclatosi agente dell’FBI
per arrestare almeno tanti assassini quante sono state le sue
vittime.
Smallville
approfondisce i personaggi di Clark Kent, ovvero
Superman, e del suo futuro arcinemico Lex Luthor esplorando il loro
passato. Clark è, almeno all’inizio, un goffo e timido adolescente,
vittima delle ansie dei ragazzi della sua età e incapace di
controllare i suoi superpoteri, tanto da incenerire qualunque cosa
con lo sguardo quando è in preda a bollori sessuali. Ma il vero
capolavoro della serie è il tentativo di dare una spiegazione
psicanalitica alla nascita di un classico villain, e cioè alla
futura svolta verso il lato oscuro del volenteroso e amichevole Lex.
L’ambigua relazione del giovane con l’autoritario padre Lionel,
fatta di sfide, ribellioni, riconciliazioni, di un continuo sondarsi
e mettersi alla prova, di disperata
ricerca
d’affetto e di attenzione, e perfino di tentativi di omicidio, è un
caso da manuale. La domanda che lo spettatore è costretto a porsi è:
cosa sarebbe diventato Lex se fosse stato cresciuto dal buon padre
di famiglia Jonathan Kent, e che ne sarebbe stato di Clark, allevato
in un ambiente come quello dei Luthor?
Marissa Cooper, la povera ragazza ricca dell’esclusiva Orange County
(The O.C.), incarna perfettamente un caso di rapporto
edipico: attaccata al padre e ostile alla madre tanto da opporsi per
lungo tempo a un riavvicinamento fra i due. Talmente magra da
sembrare anoressica, la fanciulla si ubriaca, s’impasticca,
folleggia, taccheggia, rischia la morte per overdose, intreccia
relazioni con il giardiniere e con il James Dean della situazione
Ryan, sperimenta l’amore lesbico. Il tutto, sembrerebbe, per sfidare
la bellissima madre, che prima minaccia di rinchiuderla in una
clinica e poi la spedisce, con scarsi risultati, dallo psicanalista.
A
differenza della fragile Marissa, la “dura” Veronica Mars,
ex-ragazza popolare ora reietta, rifiuta l’aiuto del consulente
scolastico e cerca la guarigione dal dolore attraverso l’azione e la
ricerca della verità, nel tentativo di riprendere da sola il
controllo della propria vita.
Ma
gli adulti non sono meno complessati dei ragazzi.
Sempre in The O.C., Kirsten Cohen, immobiliarista di successo
e moglie e madre apparentemente felice, viene spinta dal rapporto
conflittuale con un padre severo ed esigente sulla strada
dell’alcolismo, dal quale tenta di uscire affidandosi alla terapia
di gruppo in una clinica di lusso.
Per Carrie Bradshaw di
Sex & The City, il gruppo di supporto
è costituito dalle amiche, e la rubrica che tiene sul giornale è uno
studio psicologico e sociologico dell’ambiente in cui vive, oltre
che uno sfogo salutare quanto il diario di Zeno di sveviana memoria.
Il bisturi dei chirurghi di
Nip/Tuck sembra sezionare i recessi più oscuri dell’anima
quanto le imperfezioni fisiche. I pazienti cercano negli interventi
estetici un rimedio, spesso vano, a problemi emotivi e psicologici.
I
crimini e misfatti su cui indagano gli investigatori di
CSI affondano le radici in un campionario di fobie, manie, perversioni e
compulsioni autentiche, ma talmente estreme da sembrare un parto
dell’immaginazione di sceneggiatori sotto LSD.
E
in futuro? Niente paura: il lettino dello psicanalista seguirà
l’uomo anche nello spazio. Infatti, a bordo dell’astronave
Enterprise di Star Trek The Next Generation troviamo il
consigliere e terapeuta betazoide
Deanna Troi, dotata addirittura di poteri empatici che le
permettono di percepire le emozioni dei pazienti.
Se
i telefilm degli ultimi anni offrono più introspezione che azione,
c’è forse da stupirsi se il processo d’immedesimazione fra gli
spettatori e i personaggi è ancora più forte che in passato? Come
suggeriscono Damerini e Margaria, “c’è una sola parola per
spiegarlo: transfert”.
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